Pagani. Alfonso Pepe, l’artista dei volti dimenticati

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In un angolo discreto di Sant’Egidio del Monte Albino, nascosto tra fili, stoffe e manichini, prende forma un universo di volti. È il laboratorio dell’artista sartoriale che cuce e dipinge, assembla e distrugge, crea e denuncia. I suoi quadri non decorano, interrogano. Osservano, con sguardi spettrali e muti, l’uomo che li ha generati, e insieme chi li guarda.

di Marco Visconti

Ogni tela è popolata da una folla indistinta di volti, tracce dell’essere umano svuotato, spersonalizzato, fagocitato dalla massa. Il gesto pittorico è rapido, quasi brutale: come un taglio netto di forbici, racconta il mondo di oggi, liquido e informe, secondo la lezione di Bauman. In queste opere riecheggiano i reticoli concettuali di Carmelo Bene e l’inquietudine di Nietzsche, in un dialogo fitto tra arte visiva e filosofia contemporanea. È arte povera, come quella di Jannis Kounellis a cui Pepe si ispira, ma solo nei mezzi: l’intento è alto, potente, urgente.

Mi sento un narratore del mio tempo”, spiega Pepe. “L’identità oggi è un bene raro, sempre più annullato da regole, mode, algoritmi. Una volta ci si riconosceva nella spiritualità, in una comunità. Ora l’uomo è fluido, porta lo zaino in spalla e corre senza meta, servendo l’occasione del momento”. È il simbolo dell’uomo contemporaneo, secondo l’artista: apolide, sfuggente, senza radici.Vedo i nostri figli partire, persi in questa logica. Tutto questo si presenta come progresso, ma nasconde una perdita profonda”.

Le sue facce nascono da un gesto pittorico istintivo, veloce, quasi automatico. Sono volti anonimi, tristi, che vivono nel nostro subconscio, nei ricordi sfocati di sconosciuti incontrati per strada. Eppure, guardandoli bene, sembrano raccontare qualcosa di autentico. Sono le maschere dell’uomo svuotato, che ha perso le parole e la voce. “Ho realizzato un’opera con un libro svuotato delle sue pagine, al suo interno ho messo un volto. Un uomo senza identità è come un libro vuoto”.

E la denuncia non si ferma alla tela. Con l’artista Antonio Pace sogna di creare un’installazione: un gigante fatto di dollari di carta, simbolo di un potere che ha perduto ogni valore umano.Rappresentare questo potere effimero, fatto di carta, è una necessità”, dice Pepe. Una necessità che lo avvicina, ancora una volta, al teatro visivo e drammaturgico di Kounellis, capace di evocare epoche e drammi senza scrivere una parola. “Ricordo la sua installazione con i cavalli neri: sembrava un quadro rinascimentale uscito dal tempo”.

Alfonso Pepe non cerca bellezza, cerca verità. Nelle sue opere c’è il grido di un’epoca che ha smarrito il senso del sé, il dolore di una collettività addomesticata, la voce spenta di un’identità dimenticata. Ma proprio in quella massa indistinta, nei suoi volti guardigni e fragili, ci lascia anche un’ultima possibilità: ricordarci chi siamo.