“Troppe perplessità sulla linearità logica e sulle ragioni dei comportamenti di Domenico Califano”. Queste le motivazioni della Corte d’Appello in merito all’assoluzione di Francesco Fezza, Andrea De Vivo e Vincenzo Confessore dall’accusa di duplice omicidio Cascetta-Aziz, avvenuto nel 2008.
I giudici, dopo il rinvio chiesto dalla Cassazione, smontano le dichiarazione del pentito-teste Domenico Califano – inquadrato come “compariello” di Confessore – , sulle quali nei primi due gradi giudizio si era fondata la richiesta di condanna all’ergastolo per i tre imputati paganesi. Emergono, dal nuovo esame bis del pentito e dall’esperimento giudiziale effettuato a Pagani lungo tutte le strade indicate dal pentito, troppe incongruenze nella ricostruzione di Califano riguardo al percorso ed al riconoscimento dei presunti killer.
In primis il riconoscimento di Vincenzo Confessore appare poco preciso, partendo dalla mano per poi arrivare alla voce. Alquanto illogico anche il riconoscimento immediato degli altri due “dalla stazza”. Dopo l’agguato ci sarebbe stato un incontro casuale tra Califano e Confessore, nel portone dei Fezza, in Via Amendola, dove i tre avevano trovato rifugio. Il primo, in quella circostanza, si sarebbe rifiutato di accompagnare il secondo a Cava de’Tirreni, in un luogo sicuro. Nella sentenza tale rifiuto viene definito come illogico “vista la capacità vendicativa del boss ed il suo potere nei suoi confronti”. Il racconto appare poco credibile e contraddittorio: il collaboratore dice che al momento dell’incontro non sapeva dell’omicidio, eppure in precedenza aveva motivato il suo rifiuto con la volontà di non essere coinvolto nel delitto.
Improbabile, lungo e rischioso anche il percorso scelto dai killer per fuggire. Secondo le dichiarazioni di Califano i tre avrebbero percorso a bordo di un sh nero, con caschi integralie tute nere, tutto il Corso Ettore Padovano. Questo tragitto è compatibile con la ztl attiva in quel momento e con i pilomat rialzati a consentire il passaggio di una moto ma non quello della smart di Califano che , all’epoca confermò di aver seguito i tre per un breve tratto. Anche il luogo scelto come rifugio (il portone della famiglia Fezza) desta perplessità, dal momento che era attenzionato dalle forze dell’ordine.
Si tratta di elementi considerati decisivi per l’assoluzione dei tre perche che ”collocano la responsabilità di Francesco Fezza, Andrea De Vivo e Vincenzo Confessore ben al di sotto della soglia di ogni ragionevole dubbio”.

