Non ci sono ancora dati statistici ufficiali che vanno ad accertare quanti siano i bambini rapiti dalle madri e quindi sono stati sottratti dai loro rispettivi padri. Intanto, casi come quello di Filippo Zanella, papà di Noemi, sono ascrivibili anche in Davide Felisati, Marco Di Marco e Claudio Tornati. I 3, però, rispetto a Zanella, sono riusciti a rivedere i loro figli, che non vedevano da diversi anni, perché rapiti dalle rispettive madri. Di tutte queste vicende, il fatto sconcertante è che ci sarebbe un vero e proprio protocollo di rapimento, un iter che generalmente una madre seguirebbe per rapire la propria prole. A spiegarlo è proprio Filippo Zanella, vicepresidente della Lega uomini vittime di violenza.

Protocollo del rapimento
«Il protocollo del rapimento è sempre lo stesso – spiega Zanella – ovverosia: reperimento delle informazioni di nascosto che possano compromettere l’ex compagno, in genere si raccolgono eventuali dati sul fatto che il partner sia potenzialmente violento. Queste notizie servono per utilizzarle in seguito al tribunale. La madre – continua Zanella – si rivolge sempre agli uffici legali che fanno da spola tra il Paese in cui risiede (Italia) e il Paese di origine, in cui si vuole tentare la fuga. Si avvale di studi legali che fanno delle collaborazioni internazionali, che spiegano qual è il protocollo da seguire. A quel punto c’è la fuga “improvvisa”, in realtà non è improvvisa ma pianificata, poi sfrutta la lentezza burocratica e, a volte, l’ignavia di certi giudici che non agiscono subito: infatti fanno passare molto tempo. Intanto la madre cerca di ottenere i documenti di riconoscimento, nel luogo in cui è scappata, e inoltre inventa una scusa per non far rientrare a casa sua il figlio, cioè che la madre sta nel suo Paese di origine perché un suo familiare, per esempio il nonno, sta in un cattivo stato di salute, ragion per cui deve assisterlo. Delle volte, queste giustificazioni vengono comprovate anche dai medici. Queste azioni servono per guadagnare tempo».

«Un’altra strategia da parte della madre – commenta Zanella – è di invitare l’ex partner nel Paese in cui è stato rapito il figlio, quest’azione viene fatta per dimostrare che la madre, in realtà, è buona e quindi non c’è nessun problema da parte sua a far vedere l’ex partner il propri figlio. Nel peggiore dei casi, quando il padre viene invitato in un dato luogo dall’ex partner per vedere il figlio, la donna crea una farsa per denunciare un comportamento violento del proprio ex partner, per cui vengono innescati dei litigi poi si espone la denuncia da parte della madre per comportamento violento del padre. Qui c’è il primo inghippo dal punto di vista giudiziario, mentre in un Paese normale si risolverebbe il caso del sequestro e poi si farebbe l’accertamento sulla reale possibilità che ci fosse una violenza, qui, invece, si fa il contrario: si congela il procedimento del sequestro, si verifica se ci fosse o meno la violenza, quindi si inizia un nuovo processo, passano i mesi, passano gli anni, i servizi sociali del Paese devono verificare quindi lo stato di salute psicofisico del bambino. Una volta che si dimostra che non ci sia stata nessuna violenza, la madre non ha conseguenze, dunque si riprende il processo con un radicamento del bambino nel nuovo Paese».

«In tutta questa vicenda – precisa Zanella – nel caso in cui il tribunale sentenzia a favore del padre, la madre potrebbe far pressione sul fatto che il bambino subirebbe un trauma al rientro, al suo Paese di origine, quindi capita spesso che il giudice dica, nonostante il delitto, che il bambino si è radicato nel nuovo Paese, pertanto deve restare qui. Nel frattempo, la madre se aveva diritto all’assegno di mantenimento, continua ad averne diritto, quindi, nonostante abbia scelto di fare permanenza in altro Paese, continua a percepire lo stesso assegno di mantenimento, pur non avendo il padre la stessa possibilità di frequentare il bambino. Il padre non ha modo di avvalersi del suo essere padre. Nel caso il tribunale dovesse sentenziare contro la madre, quindi il bambino deve andare dal padre, la strategia della madre è di rendersi completamente irreperibile e rendere impossibile l’esecuzione del rientro. A quel punto, il tempo da prendersi della fuga è direttamente proporzionale agli anni sufficienti che il bambino possa scegliere liberamente con quale genitore stare, si comprende che il bambino, subendo un lavaggio del cervello dalla madre, va dal giudice e dice che vuole restare con la madre».
Alcuni casi di papà che non vedono i loro figli perché rapiti dalle ex partner, le quali hanno seguito il protocollo del rapimento
L’8 febbraio 2021 il perugino Roberto Mogranzini va a prendere sua figlia a scuola scoprendo ingenuamente che non c’era, da allora non vede più sua figlia Isabella, rapita dalla madre ecuadoregna che l’ha portata in Ecuador, al suo Paese natale.
Emilio Vincioni di Sassoferrato non vede la figlia dal 2016. L’ex moglie, di origine greca, dice di voler partorire nella sua terra natale, appunto in Grecia, dopo il parto, si erano promessi di ritornare nelle Marche, ma non è stato così: la madre e la bambina non sono rientrate nelle Marche.
Ivan Marino sposa una donna armena, l’amore sboccia in Armenia dove i 2 si incontrano per lavoro, lei sceglie di stare con lui in Italia a Siena, poi, nel 2019, la donna con inganno dice al marito di portare suo figlio per una vacanza in Armenia, da allora non sono più rientrati.
Mimmo Zardo, invece, non vede suo figlio Erik da 12 anni, perché sua moglie, di origine ucraina, ha rapito il figlio portandolo in Ucraina.
L’anconetano Simone Saia non vede sua figlia Victoria da 2 anni perché la moglie, di origine russa, l’ha rapita e portata nel suo Paese di origine.

