«Il clan Iannaco non è più attivo nell’Agro nocerino sarnese». Lo dice il Tribunale di Sorveglianza di Roma, che ha revocato il 41 bis dopo quasi 10 anni a Federico Chessa, considerato braccio destro del boss Luigi Iannaco. Nell’accogliere l’istanza dell’avvocato difensore di Chessa, Giuseppe Buongiorno, il tribunale ha elencato i motivi per i quali il regime del carcere duro per il 52enne salernitano non andava ulteriormente prorogato. L’uomo si trovava ristretto da anni nel carcere di Sassari.
Da una parte il Ministero della Giustizia, che nella sua richiesta di proroga di altri due anni del 41 bis, aveva sostenuto che il gruppo di appartenenza di Chessa fosse ancora “attivo sul territorio” e che non vi fossero “sopravvenienze” che facessero pensare ad un ridimensionamento del suo ruolo. Chessa era ritenuto ai massimi vertici del clan di camorra facente capo a Luigi Iannaco e Umberto Adinolfi, operante a Sant’Egidio del Monte Albino. Seppur con ruolo minore, Chessa avrebbe mantenuto contatti anche con i “Casalesi”, stando ad un’informativa della Dda di Salerno. A supporto della proroga, anche l’indicazione di diversi processi che hanno interessato il clan e presunti affiliati negli ultimi anni e i contatti con il clan di Pagani Fezza – D’Auria Petrosino
Ricco il casellario giudiziario di Chessa, interessato da condanne per tentate estorsioni nel 1996 e fino al 2003, oltre che per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il suo compito – secondo gli investigatori – era sempre stato quello di commettere estorsioni ed altri reati (come il traffico di droga) per conto del boss Iannaco. Seppur non venga messo in discussione il profilo criminale del 52enne (che da solo non basta – dice il Tribunale – a prorogare all’infinito il carcere duro) la difesa ha prodotto diversi documenti a favore della revoca. Dopo gli arresti dei vertici (2006) la predominanza del clan sarebbe infatti venuta meno. Non risultano, infatti, indagini da diversi anni sul clan e nemmeno attività economiche o commerciali riconducibili a parenti o affini di Chessa. Nell’informativa del 2015 a firma della Questura di Salerno, fu infatti esposto che non vi fossero “evidenze” della operatività del gruppo di Chessa, così come non si potrebbe provare il collegamento con il clan Fezza – Petrosino D’Auria, sui quali non vi sono «riferimenti fattuali ne elementi indicativi».
Verrebbero meno anche i riferimenti ai processi indicati dall’Antimafia, in alcuni casi senza alcun collegamento con la posizione di Chessa e quella degli altri indagati. Così conclude il Tribunale di sorveglianza: «Si rileva la carenza di adeguata motivazione in merito alla permanenza in vita dell’organizzazione di appartenenza di Chessa, così svuotandosi di significato il rilievo criminale del medesimo, poiché la persistenza delle capacità di mantenere contatti con il clan di appartenenza non trova riscontro, in termini di attualità, nelle informative contenute negli atti istruttori e poste a fondamento della motivazione del decreto». Insomma, il clan Adinolfi-Iannaco è oramai smembrato e non vi è alcuna prova della sua attuale operatività.

