Nocera Inferiore, Lenza chiede 5 anni per Franco Amato, sentenza sulla Frana di Montalbino attesa a breve

Siamo agli sgoccioli, tra poco il giudice Donnarumma andrà a sentenza e si stabilirà se Franco Amato sia responsabile o meno, in nome e per conto della Beton Cave, di frana colposa. L’ultima udienza del secondo processo è iniziato alle 12,30 ed è terminato verso le 15,45. Per Franco Amato, il pm Roberto Lenza, che oggi ha sostenuto e ribadito con forza in aula le ragioni della pubblica accusa, ha chiesto la condanna a 5 anni. Lenza ha confessato l’imbarazzo a tornare in aula a 15 anni dalla vicenda ed ha ribadito per filo e per segno l’impianto accusatorio, corroborato dalle perizie. L’avvocato difensore Arnaldo Franco, invece, ha chiesto per il suo assistito l’assoluzione perchè il fatto non sussiste. Di rilievo gli interventi dei legali delle parti civili. Rosario Iannuzzi ha dato forza e fiato a tutte le perizie tecniche, davvero tante, che nel corso degli anni hanno mostrato le responsabilità di chi gestiva la cava da tempo in merito a quel che avvenne il 4 marzo 2015, ovvero la Frana di Montalbino, che provocò 3 morti. Iannuzzi ha sottolineato che Amato era sì in possesso di tutte le autorizzazioni ma che nella pratica non si è mai preoccupato delle conseguenze derivanti da tagli e stradine. Iannuzzi ha chiesto a carico di Amato la sospensione dell’attività e il ripristino dei luoghi. Tommaso Bartiromo ha sottolineato le tantissime denunce di pericolo arrivate dai residenti della zona ben prima del fatidico giorno della frana. Sulla stessa lunghezza d’onda Pasquale Pontarelli e Mario Ianulardo, che ha esordito volontariamente con il tanto tuonò che piovve, ribadendo che i fenomeni di pioggia di quel giorno pur notevoli non potevano provocare un evento del genere senza la concausa dell’imperizia di chi gestiva la cava. Ianulardo ha poi posto l’accento sul valore zero da dare alla perizia recente di Picarelli, perito nominato dal giudice, troppo teorica e poco pratica, condotta in tempo ristretto e senza tutti i riscontri del caso. L’arringa del difensore Franco s’è trasformata in requisitoria contro Lenza, accusato di non aver cercato colpevoli alternativi e di aver appaltato tutto il lavoro d’indagine ai tecnici Budetta e Pianese, ha indicato il cliente come una sorta di vittima sacrificale di qualcuno per liberarsi della cava, ha fatto passare per molto ma anche per quasi colpevole di tutto il signor Mario Coppola, che fin dagli anni settanta, con autorizzazione comunale, gestiva da quelle parti l’attività boschiva. Le ultime affermazioni hanno provocato l’ira di uno spettatore presente, che ha alzato la voce dalla platea per affermare che Mario Coppola è vivo e vegeto. Gli stato ricordato, dal giudice e dai poliziotti presenti, che così non si può intervenire.