<<Bianco dice il falso>>. Cosi l’ex vicesindaco Antonio Cesarano di fronte alle domande del Gip Stefano Berni Canani, presente il pm antimafia Vincenzo Senatore, nel corso dell’interrogatorio di garanzia. Interrogatorio -riportato questa mattina dal quotidiano La Città in un articolo di Alfonso Tramontano Guerritore -. Il nodo dell’inchiesta resta il progetto della struttura di accoglienza al Vescovado, sostenuta, per la Procura, da Antonio Pignataro, l’ex consigliere Carlo Bianco, Ciro Eboli e lo stesso Cesarano, finito in carcere a gennaio. E dove l’argomento è il presunto “tradimento” di Bianco, che lo ha indicato come regista dell’operazione divenuta fulcro dell’inchiesta. «Il discorso sulla casa famiglia lo mise in mezzo lui- spiega Cesarano al Giudice parlando di Bianco- Mi disse che Eboli portava avanti questo tipo di progetto. Io gli dissi di parlare col sindaco, e gli sconsigliai di candidarsi». Sui rapporti pregressi con l’ex boss Nco Pignataro, Cesarano conferma che erano legati alle continue visite al centro analisi. «Presentai Pignataro a Bianco nel 2015, perché c’era bisogno di un posto disabili. E Bianco aveva la delega alla multiservizi, che si occupa di queste cose». Quando il Gip gli chiede come mai Bianco volesse portare la delibera direttamente a lui, Cesarano smentisce di essersi fatto promotore del progetto. «Immagina che Pignataro può venire da me, essendo agli arresti domiciliari, e può andare in giro per motivi di salute. Io non l’ho fatto, dissi a Bianco che non volevo nessuna delibera e non volevo assolutamente saperne». Il problema in sospeso resta la versione di Bianco, sentito a settembre dal Pm poco dopo l’arresto. La sua versione vede Cesarano quale promotore del progetto, con l’incarico per portarlo all’attenzione del sindaco affidato allo stesso Bianco. Ma Cesarano rigetta tale ricostruzione. «Sarei andato direttamente da Torquato, perché il rapporto personale me lo consentiva. E ripeto, Bianco non aveva bisogno di me per incontrare Pignataro, perché lo conosceva già. Si erano incontrati per il parcheggio». Bianco sostiene di essere stato selezionato da Cesarano e di aver avuto un incontro con Pignataro ed Eboli, per portare avanti la variante urbanistica fondamentale per realizzare la casa famiglia, in cambio di trenta voti promessi. «Sicuramente non ho partecipato a quest’incontro. Non reputo Bianco capace di poter assolvere ad un compito del genere. Bianco può andare a prendere la carta. Può prendere la delibera». Per quanto riguarda il suo ruolo politico e il suo impegno, Cesarano racconta passaggi cruciali culminati in un sostanziale allontanamento. Che non esclude le volte in cui ha dato una mano, letteralmente, a diversi amici. «Dal 2014 ho chiuso la mia parentesi con la politica- spiega- anche nel discutere a livello nazionale. Nel 2011 mi candidai a sostegno di Manlio Torquato, durò pochissimo, fu sfiduciato perché senza maggioranza. Nel 2012 lo sostenni ancora, partecipai all’organizzazione della lista “Riformisti per Nocera”, e lì Bianco ha iniziato il suo percorso politico. Era un rapporto fraterno. Ma i voti per farlo eleggere non glie li ho dati io. Sono voti che si è andato a prendere lui, quando è stato eletto». A questo punto, sul “tradimento” di Bianco, Cesarano dà la sua versione: «Lui si aspettava altro da me. Un sacrificio economico che non è avvenuto. Una campagna elettorale maggiore. Io gli avevo dato la mia parola d’onore. Per il 2017, gli avrei dato una mano. Il che significa il voto mio e della mia famiglia». Sui rapporti con Torquato, «quelli personali sono ottimi. Ma lui ha un carattere particolare, un po’ meno partecipativo di come io intendevo dovesse essere la politica. Fece la giunta senza comunicare niente a nessuno. Fece la letterina. Non c’è stata partecipazione. “Vi comunico che“». Da allora, niente politica. «Volevo dedicarmi ai miei figli, lavorare e andare a pescare ogni tanto. Perchè i ragazzi non sono più interessati alla politica, e ci troviamo, nel consiglio comunale, quello scorso, perché quello di adesso non lo conosco, su ventiquattro consiglieri, probabilmente tre o quattro che possono parlare. Il resto al massimo riescono a dire “presente” o “assente”». La conseguenza? «Se si mette candidato il capopalazzo del condominio alla stazione, uno stabile con ottanta appartamenti, basta un buon rapporto con i vicini e quello diventa consigliere comunale a vita. O lo fa con Forza Italia, col Pd, con Grillo o rifondazione, lo farà a vita. Purtroppo è il sistema elettorale di oggi che non va».

