Si sono presentati uno ad uno davanti al gip, ieri mattina, per gli interrogatori di garanzia. Sono i protagonisti della maxi inchiesta della Dda «Un’altra storia», che da due anni concentrava le sue attenzioni sui fratelli Michele e Luigi Cuomo, con il primo ex affiliato al clan “Contaldo” e ora ritenuto leader di un’organizzazione criminale a Nocera Inferiore. Ma ad eccezione di due, il resto degli indagati (20 quelli finiti in carcere) ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. A respingere le accuse Giuseppe Stanzione, ritenuto organico ad un terzo gruppo criminale, che avrebbe mosso i primi passi nel 2015 e che farebbe riferimento a Giuseppe Bergaminelli. Al giudice, Stanzione ha spiegato di non aver mai comprato e trattato droga con il primo, spiegando che i rapporti erano giustificati da dei soldi che lo stesso avrebbe dovuto versare a Bergaminelli, titolare del locale dove la figlia aveva celebrato la comunione. Spontanee dichiarazioni invece per Luigi Cuomo, relative al pestaggio di un africano, punito dal gruppo per aver tentato di rubare il cellulare al figlio piccolo. Le accuse sono state respinte anche da Mario Passamano, già coinvolto in una maxi operazione anti droga – “Turnover” – nel 2005, e ora ritenuto braccio destro di Michele Cuomo. A riguardo, l’indagato ha spiegato di conoscere i due fratelli, ma di non aver mai trattato droga con loro. Inoltre, riguardo la maxi rissa che scoppiò a maggio 2016 tra giovani pregiudicati di Piedimonte, Passamano ha precisato che si trattava di una lite avvenuta per futili motivi, non legata a qualche affare di droga. In quella rissa, proprio Passamano finì coinvolto, per poi armarsi – secondo la Dda – in una fase successiva per timore di una vendetta. Per gli investigatori, quella “caccia all’uomo” durata fino a notte fonda – ridimensionata con l’intervento dei carabinieri – rappresentò la fase iniziale della guerra a colpi d’arma da fuoco che gli elementi dei “gruppi” di Michele Cuomo e Francesco D’Elia consumeranno nei mesi di settembre e ottobre. Nel collegio difensivo, figurano gli avvocati Gregorio Sorrento, Bonaventura Carrara, Carlo De Martino, Pietro Pasquali, Mario Gallo e Gianluca D’Ambrosi.
Le indagini
Per capire lo spessore criminale del 36enne Michele Cuomo, ritenuto a capo di un clan omonimo e finito in carcere insieme ad altre 20 persone nel blitz «Un’altra storia» coordinato dal pm della Dda, Vincenzo Senatore, bisogna prendere un passaggio di un’intercettazione che i Ros captano tra Giuseppe Abate (figlio del boss carcerato Mario) ed un’altra persona. Nella gestione delle piazze di spaccio il controllo di Cuomo «sovrastava tutti gli altri». Ed è indicativo lo sfogo che Abate fa, nel momento in cui comprende che la sua attività di spaccio finisce per essere modesta. Il suo pare essere un ragionamento del tutto ipotetico. «Ma se io volessi fare con criterio, lo farei con criterio. E sai come si fa? Scendo, vado a pigliare una pistola, vado da Michele Cuomo e lo sparo nelle cosce. Oggi lo dovete pigliare da me, o sennò morite! Così si fa la malavita! Non come fanno loro che vogliono fare un piede di qua e uno di là». Insomma, Abate conosceva il predominio monopolistico ben noto a Nocera del gruppo Cuomo, attivo nel traffico di droga e sapeva inoltre, che senza il loro permesso, non sarebbe stato possibile ampliare gli affari in alcun modo. Se non c’era «il rispetto», allora subentravano violenza e sopraffazione. Di nuovo la gestione della droga al centro di tutto: emblematica una seconda intercettazione, dove Michele Cuomo, Domenico Rese e Antonio De Napoli parlano con un certo Raffaele, chiamato poco prima da Francesco D’Elia (a capo del gruppo avverso ai Cuomo) che voleva informarsi su dove il primo comprasse la droga. «Andai li – dice Raffaele – e mi dissero il fumo dove lo prendi. Voleva saperlo per forza»; Antonio De Napoli: «La mancanza di rispetto c’è stata»; Michele Cuomo: «Antò, chiamatelo e fagli una morale. Se sbaglia a parlare con la bocca gli dai un buffettone, gli fai cadere i denti dalla bocca». In sostanza, l’ordine dato da Cuomo ad Antonio De Napoli (una sorta di suo luogotenente) era di far capire a D’Elia che la gestione della droga era nelle loro mani.
L’omertà di cittadini e testimoni
Eppure, era quel senso di impunità che durava da troppo a muovere le azioni degli appartenenti al gruppo dei due fratelli. Lo dimostra il silenzio dei testimoni oculari durante i pestaggi pubblici commessi più volte e l’omertà assoluta che caratterizzò l’inquietante sparatoria consumata fuori ad una palestra a ottobre, per punire Francesco Manzo (anche lui colpevole, del resto, di aver mancato di rispetto ad uno del gruppo) e l’amico. Scrive il gip: «E’ davvero gravissima la preoccupante reticenza dei cittadini a denunciare quanto visto in pieno giorno, in centro città a Nocera Inferiore il 24 ottobre 2016. La reticenza alla collaborazione con le forze dell’ordine dimostrata dai testimoni oculari ai fatti compiuti dai membri dell’associazione evidenzia lo status di menomata libertà di determinazione in cui si sono trovati i primi, in conseguenza dell’omertà e della forza di intimidazione così incisiva». Nelle sue conclusioni, il gip Stefano Berni Canani analizza il profilo di tutti i coinvolti: «Pericolosi e decisi a monopolizzare il mercato della droga in un intero Comune, cercando fornitori in grado di garantire rifornimenti duratori e di organizzare una fitta rete di spacciatori sul territorio, coordinando il rifornimento mediante cellulari anche diversi, per evitare di essere intercettati o di sfuggire anche con fughe rocambolesche alla polizia». E ancora: «Erano pronti a espandersi, mantenendo rapporti con il clan D’Amico di San Giovanni a Teduccio e i trafficanti di Castellammare di Stabia. Oltre ad altre attività con le quali si autofinanziavano (tra auto rubate e trasferimento fraudolento di valori)». Per non parlare delle armi, con le quali «i soggetti erano soliti uscire, pronti per utilizzarle»

