Nocera Inferiore: Il Discorso del Vescovo Giudice alla Città e all’Agro

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Monsignor Giuseppe Giudice, Vescovo della Diocesi Nocera Sarno

La sfida affascinante della vita del Paese (e quella su cui ci giochiamo il futuro del lavoro) può essere vinta solo superando  la carestia di speranza, puntando su fiducia, accoglienza ed innovazione e non chiudendosi nella sterilità della paura e nel conflitto.
Comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una “torta” più grande. La storia del progresso umano insegna che il benessere economico e sociale non è un’acquisizione data ed acquisita su
cui lottare per la spartizione. Il vero tesoro di una comunità (e quindi del nostro Paese) e garanzia per il suo futuro è la somma delle fatiche e delle competenze, dell’impegno a contribuire al progresso civile e della capacità di cooperare e fare squadra dei
propri cittadini. Se sapremo preservare ed arricchire questo tesoro riusciremo anche a vincere la sfida della dignità del lavoro di oggi e del futuro.

DISCORSO ALLA CITTÀ Chiesa pellegrina in Nocera Inferiore – Sarno,
Distinte Autorità,
Sorelle e Fratelli,
ritorna per noi e, spero, per la Città dell’Agro, sempre denso di attesa questo appuntamento del Discorso alla Città, come porta di ingresso alla festa del Patrono San
Prisco. Esso nasce come un dialogo tra la Chiesa e le altre
Istituzioni su un tema sensibile, scelto di anno in anno, il
quale viene a ricordarci che, nonostante tutto, Dio abita
ancora le nostre città, le visita e le attraversa per donare
senso e salvezza. Un saluto a tutti Voi qui presenti, e un saluto a coloro
che, pur stazionando al di fuori del perimetro ecclesiale,
non sono mai fuori dal nostro cuore e dalla nostra missione.
Un pensiero cordiale e sincero ai sofferenti, ai giovani,
alle famiglie, ai bambini, agli anziani. Un sentito ringraziamento agli oranti e alle oranti per
il necessario sostegno della preghiera, che è posta a fondamento di ogni umana convivenza, quasi a voler ricordare la grande lezione di San Benedetto: Ora et labora.
A tutti, come Vescovo, la mia mano! Ho voluto ricavare il tema di quest’anno – Non è costui il figlio del falegname? (Mt 13, 55) – Il lavoro oggi, tra
fatica e redenzione – dalla festa che celebriamo il primo
maggio, San Giuseppe lavoratore, voluta dal Pastor Angelicus Pio XII, per ridire il valore e la dignità del lavoro e l’attenzione della Chiesa a questo mondo tanto variegato.
Fino a qualche tempo fa, quando si entrava nelle botteghe degli artigiani (oggi quasi scomparse!), si notava spesso, accanto al Crocifisso e all’immagine della Madonna,
un’icona di San Giuseppe che piallava nella bottega di
artigiano, accanto a lui c’era il Figlio Gesù, adolescente:
piccoli segni di una fede semplice ed essenziale, che si
manifestava anche così, richiamando un senso di Dio nella
vita quotidiana e affidando il lavoro alle mani del grande
Lavoratore, per strapparlo al sudore della fatica. Il nostro territorio
La Visita Pastorale, che mi sta facendo pellegrino per
la Diocesi, mi ha dato modo di visitare e incontrare già
tante realtà lavorative, che mi piace definire le eccellenze
del nostro territorio. Tante di esse mantengono ancora la
conduzione familiare da cui sono nate e, nella memoria
grata degli antenati, continuano il lavoro dei padri.
Un’osmosi intelligente si evince dal rapporto con la
terra alla capacità di coniugare il lavoro con l’ausilio di
nuove tecnologie, che aprono al futuro e ad una sana e
urgente globalizzazione. Mi piace oggi dare atto di una
attenzione al lavoro e al mondo dei lavoratori, pur non
dimenticando alcune criticità che ci impediscono di prendere il volo.
Tra esse segnalo la necessità di mettere in rete le varie aziende e, da parte degli Enti, l’intelligenza di non far perdere occasioni importanti per il territorio, cercando di
scommettere sulla capacità imprenditoriale di molti che,
anche se con affanno, continuano l’opera lavorativa per
dare lustro e vita al territorio. Lavoro o fatica? Il Signore Dio all’uomo disse: «Poiché
hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di
cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, maledetto il
suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni
della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei
campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non
ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei
e in polvere ritornerai!» (Gen 3, 17-19). Ancora oggi, nonostante il progresso e il ricco Magistero Sociale della Chiesa (cfr. tra l’altro Laborem excercens
di San Giovanni Paolo II del 14 settembre 1983), sembra 
ritornare come un’antica maledizione sul tema del lavoro,
quasi una punizione inflitta ad ogni uomo.
Il Concilio Vaticano II, con puntualità, ci risponde e ci
aiuta a superare questa idea: Con l’incarnazione il Figlio di
Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con
mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con
volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria
vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi
fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se
stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del
peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio
di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,
20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio
perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se
la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano
nuovo significato (cfr Gaudium et Spes, 22), facendoci comprendere che Gesù non ha disdegnato di essere chiamato
e riconosciuto quale figlio del falegname.  Ha lavorato con mani d’uomo
Come è bello ripercorrere l’itinerario del Figlio di Dio
e comprendere che il Re del cielo è un povero bambino,
nato da poveri operai, in una povera stalla. I suoi primi
adoratori sono poveri pastori e la sua vita per trent’anni
si svolge in un piccolo villaggio, Nazareth, oggi diremmo
una periferia, per la quale è detto nel Vangelo: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? (Gv 1, 46). Cresce il Figlio di Dio e impara il mestiere della vita
nella bottega di suo padre, il falegname, il carpentiere, ed
è educato sulle ginocchia di una forte donna di casa, Maria. Divenuto poi operaio delle anime, sceglie dei poveri pescatori per annunciare il regno; sono operai del pane e
della pesca, uomini abituati al sudore e alla fatica, adatti per dissodare il terreno apostolico con il vomere della croce. E a Pietro, il pescatore, consegnerà la sua Chiesa e le
chiavi del Regno. A Paolo, tessitore di Tarso, reso cristiano
sulla strada di Damasco, affida la spada della sua Parola per
il combattimento evangelico.Ogni operaio, ogni lavoratore, delle mani e della mente, può dire di avere come amico non un ricco, dotto e
sapiente, ma un semplice operaio, Colui che da ricco si è
fatto povero. Il farsi uomo del Figlio di Dio, il mistero dell’incarnazione e della redenzione passa attraverso il lavoro di Gesù che, con i gesti e con le parole, esalta continuamente il
valore e la dignità di ogni lavoratore, fino a ricordare che
non si è adatti per il Regno se si lascia il vomere e si torna
indietro. Il Messia, il Redentore degli uomini, è un povero
bambino, più povero dei figli dell’operaio. La sua madre
è una povera operaia; il padre è anch’esso un operaio, che
vive del frutto del proprio lavoro; i suoi primi adoratori
sono dei poveri pastori, ossia degli operai.
Nato fra il lavoro, Egli cresce e passa la sua vita nel
lavoro; e fu quello il più bello spettacolo che la terra offrisse al cielo.
Non era un imperatore romano, non capo di un esercito, non di sapienti; ma era questo povero figlio dell’operaio che viveva sconosciuto nell’officina del legnaiuolo; perché
era il Figlio di Dio fatto uomo che veniva a conquistare
l’uomo prima di redimerlo; che, per insegnare agli uomini
che la felicità non consiste nei piaceri, nei godimenti, ma
nel dovere e nel sacrificio, si faceva lavoratore prima di
Redentore. Quella mano che aveva fabbricato il mondo si applica
ora per trent’anni al lavoro! Da questo contatto di Dio
qual gloria non si riflette sulla materia alla quale è applicata la mano dell’operaio!
Operai, quel Dio che è proposto all’adorazione del
mondo è stato con voi, si è fatto vostro uguale; non vi lamentate dunque della vostra sorte; la memoria dell’officina di Nazareth viene attraverso i secoli a formare intorno
a voi una divina aureola. Ma vi è di più.
Gesù Cristo, dopo i trent’anni passati nel lavoro, diviene operaio delle anime, operaio della Redenzione. Ma nemmeno quest’opera oltre la filosofia non era bastata mai. E tutto l’edificio del cristianesimo riposa su due operai: San Pietro, il pescatore
di Galilea e San Paolo, il tessitore di Tarso.
Operai, non comprendete che voi possedete Colui che
è il Re dei re, il Signore dei signori?
Il ricco non può dire: il mio Dio è stato ricco come me;
le ricchezze che io uso sono state usate anche dal mio Dio.
Né il sapiente può dire: il mio Dio ha onorato la scuola
donde io esco. Né il potente: il mio Dio ha tenuto questo
potere prima di rimetterlo a me.
Ma voi potete dire con verità e con santo orgoglio: il
mio Dio ha fatto quel che faccio io.
Sì, la reggia di Gesù Cristo è stata l’officina di un
povero operaio; il suo scettro lo strumento del lavoro.
Gesù Operaio, quaresimale del 1889 in San Carlo al Corso
(predica stenografata) di Padre Agostino da Montefeltro. Per comprendere la grande lezione del lavoro, ascoltiamo un Santo del nostro tempo, San Paolo VI, nel discorso a Nazareth del 5 gennaio 1964 …Infine impariamo
la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio
del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui
nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti;
ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se
stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente
da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo
volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai
di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino
fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè
Cristo nostro Signore (cfr Discorso Paolo VI, 5 gennaio
1964, Nazareth). Ci facciamo aiutare nella comprensione del nostro
tema da una bella parabola di Raoul Follereau: Narra di
un passante che si fermò un giorno davanti ad una cava dove
lavoravano tre uomini. Egli chiese al primo: che cosa fai, amico? Quello rispose senza alzare la testa: mi guadagno il pane. Chiese al secondo: che cosa fai, amico? E l’operaio, accarezzando l’oggetto delle sue cure, spiegò: Vedete? Taglio una bella
pietra… Chiese all’ultimo: che cosa fai, amico? E l’uomo, alzando verso di lui degli occhi pieni di gioia, esclamò: costruiamo una cattedrale! Tutti e tre compivano lo stesso lavoro. Il primo si accontentava di ricavarne da vivere, il secondo gli aveva già
dato un senso; ma solo il terzo gli conferiva la sua grandezza
e la sua dignità. A fine narrazione Raoul Follereau esortava: Carissimi,
dei quali sono per sempre fratello, costruite anche voi la vostra
cattedrale! Col vostro sforzo di tutti i giorni, perché ogni lavoro
è nobile quando è appeso ad una stella. Il segreto della felicità è di fare tutto con amore. Che il vostro cuore, come una cattedrale
offra rifugio a tutto ciò che c’è nel mondo di bello, di chiaro, di
puro, di grande, di fraterno. La nostra civiltà, martirizzata dal
progresso, ha ancora nei suoi labirinti un cammino che si apre
verso il sole. Esiste, per risolvere tanti problemi, un’unica soluzione. In mezzo alle vociferazioni del fanatismo e alle tiritere
della demagogia, si fa sentire una voce che dice: Voi siete tutti
fratelli! L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme
e nei limiti della Costituzione (cfr Costituzione Italiana,
art.1), così leggiamo nel primo articolo della Costituzione Italiana, Carta da riscoprire e da apprezzare per imparare ad essere cittadini, cioè persone attente al bene
della polis. Ci chiediamo: manca sempre il lavoro o, qualche volta, anche la voglia di lavorare o ci imbattiamo in un lavoro senza passione e vocazione? O la nostra vita non è
fondata sul lavoro ma su altro? A commento un breve apologo di Cesare Betteloni – I
due vomeri – semplice, quasi elementare, ma contiene una
morale profonda, pur nella sua immediata accessibilità. Il
poeta sottolinea giustamente che il vomere, temprato dal
lavoro, non si fa solamente più bello e più luminoso, ma
più pulito: il lavoro soltanto, infatti, compiuto con dignità e impegno, con generosità e onestà, conferisce all’uomo un particolare decoro e quella tranquillità interiore
che deriva dalla buona coscienza e dalla consapevolezza
di aver compiuto il proprio dovere verso se stessi, verso
la famiglia, verso la società. Un dì d’autunno un vomere,
fattosi per lungo ozio rugginoso, vide il fratel tornarsene
dai campi luminoso, e domandò curioso:
“Sopra la stessa incudine fatti, e d’un solo acciaro,
io sono pien di ruggine, tu sì pulito e chiaro:
chi mai ti fé sì bello?”. “Il lavoro, fratello”.
(I due vomeri, C. Betteloni, 1948)
Sì, il lavoro è dignità come ci ricorda spesso Papa Francesco. Nell’Esortazione Apostolica post sinodale Christus vivit (25 marzo 2019), Francesco ci ricorda che il lavoro è una
necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale (269). E
ai giovani dice: È vero che non puoi vivere senza lavorare e che
a volte dovrai accettare quello che trovi, ma non rinunciare mai ai
tuoi sogni, non seppellire mai definitivamente una vocazione, non
darti mai per vinto (272). Lavoro e festa, fatica e riposo
Un nodo sempre da sciogliere è il dilemma, oggi cocente, tra lavoro e festa, fatica e riposo.
Se il lavoro è l’unico impegno, perdiamo il senso celebrativo dell’uomo; se tutto è sempre festa e disimpegno, si allontana da noi il valore del lavoro e soffrono le relazioni
familiari e amicali. L’uomo di oggi, fatto di terra e di cielo, teso tra giorni feriali e festivi, tra tempo ed eterno, deve imparare di nuovo il calendario cristiano, il valore dei giorni della settimana, il ciclo annuale delle feste, per riscrivere un nuovo
equilibrio nella sua vita e nella vita delle persone con le
quali è in relazione. Non a caso, molti lasciando gli itinerari cristiani si affidano a tecniche orientali per essere attenti a ricostruire un nuovo equilibrio nella loro vita.
Occorre una nuova grammatica per reimparare a scivere
l’umano. La fede biblica e cristiana, con le sue feste e i suoi tempi, può essere un buon antidoto contro il logorio della vita
moderna, che tutto omologa e stritola, togliendo all’uomo
non solo il gusto della festa, ma anche e soprattutto la gioia severa del lavoro, segno di una maturità sempre e ancora da raggiungere.
Come mi ha colpito sentire un imprenditore che mi
ha confidato di aver scelto di diminuire il lavoro e il profitto, per recuperare un nuovo equilibrio con la sua vita, la salute, la famiglia e gli amici. Evangelicamente perdere
è un guadagnare. In una cultura del lavoro, la Bibbia per annunciare la sua liberazione ci ha donato lo shabbat dal lavoro. In una cultura del consumo, lo spirito biblico oggi ci
dovrebbe suggerire uno shabbat dal consumo, per poter
dire all’idolatria del nostro tempo: “Tu non sei dio, io
non sono tuo schiavo”. Senza un sabato del consumo
non ritroveremo più un buon rapporto né con il lavoro
né con la festa. Il benedetto giorno in cui decidessimo
di liberare un tempo e uno spazio per il non-consumo
di merci, per fare festa, per celebrare le relazioni, i legami, la gratuità, sarebbe l’aurora di una nuova civiltà.  La prima richiesta che Mosè fece al faraone fu quella di
lasciare il popolo libero di andare tre giorni nel deserto
per festeggiare la Pèsah (Esodo 5,3), che era un’antica
festa della transumanza delle greggi. Il faraone negò quel
permesso, perché gli schiavi non possono far festa, perché
fare festa è già l’inizio del tempo della libertà. Senza
la festa, il lavoro è sempre lavoro schiavistico. E senza
un tempo per il non consumo di merci, la schiavitù è
perfetta, perché mancando il dolore e la fatica, il consumo
ci appare come libertà e non sentiamo più il bisogno della
liberazione. Anche se non siamo più capaci di vederli né di riconoscerli, dietro ai nostri lavori per garantire consumi perpetui
ci sono nuovi faraoni che non vogliono lasciarci liberi di
“camminare tre giorni nel deserto”. Forse perché temono
che davanti a noi potrebbe ancora aprirsi il mare, e non
torneremmo più. Prof. Luigino Bruni, Avvenire del 15 aprile 2017.
A supporto del nostro incontro, offro il testo dell’inno
alle Lodi mattutine della festa della Santa Famiglia, che
può aiutarci a recuperare con semplicità il senso redentivo
del lavoro:Santa e dolce dimora,
dove Gesù fanciullo
nasconde la sua gloria!
Giuseppe addestra all’umile
arte del falegname
il Figlio dell’Altissimo.
Accanto a lui Maria
fa lieta la sua casa
di una limpida gioia.
La mano del Signore
li guida e li protegge
nei giorni della prova.
O famiglia di Nazareth,
esperta del soffrire,
dona al mondo la pace.