Muore caro agli Dei chi giovin muore. Però coi “se” non si fa la storia, nemmeno quella della letteratura. Quindi non ha molto senso ipotizzare, col tutto il bene nocerino che gli vogliamo per gratitudine storica, un Saverio Costantino Amato di grandissimo impatto letterario se non fosse morto giovane per tubercolosi (nato nel 1816, passato a miglior o peggior vita nel 1837). Accontentiamoci di quello che ha fatto, profondamente moderno per i suoi tempi ottocenteschi ed in grado di assimilare, nelle novelle allegre e intense più che nelle poesie tristissime (crepuscolari ante litteram direbbero quelli che parlano bene), o di precedere modelli letterari nazionali e internazionali (senza esagerare però). Bravo, come al solito, Francesco Belsito nel ripercorrere con minuziosa ricerca e dettagliato approfondimento non solo la vita di Amato ma anche il cammino delle sue opere, i plagi, i legami con Puoti e l’ispirazione per Mastriani. E bravo anche l’editore “brigante” Enzo D’Amico ad aver fiducia in Belsito e nel volume “Vita e opere di Saverio Costantino Amato”, presentato ieri sera alla Biblioteca Comunale Pucci. Grazie a loro due, tantissimi nocerini, magari anche i non nocerini, avranno la possibilità di conoscere la reale grandezza di un personaggio da molti ricordato solo per la via del centro cittadino che porta il suo nome. Amato come gloria da riconoscere per una sola Nocera, senza divisione o frazionamento: uno spunto interessante, visto che la presentazione ha goduto anche del patrocinio morale del Comitato Pro Referendum per la fusione delle due Nocera. La serata è stata caratterizzata dal black out Enel in sala, magari sarà stato il riferimento a Bartolomeo Bosco, illusionista torinese ricordato da Amato ironicamente a proposito della sua tubercolosi, del mettersi faticosamente in fila per andare ad ammirarlo. Il numero di successo di Bosco fu il seguente:l’illusione della propria fucilazione, dove ponendosi innanzi al plotone di esecuzione dava l’ordine di far fuoco, emergendo successivamente vivo e vegeto da una nuvola di fumo con ai suoi piedi le pallottole sparate (insomma il nonno o il padre di Houdini). Morto nello stesso anno del Sommo di Recanati, Amato assurge nell’immaginario collettivo benevolo ad una sorta di Leopardi dei poveri, o minore se preferite: paragone per certi “versi” decisamente scomodo. Triste, semmai questo è il rapporto con Leopardi, il suo tratto di vita privata, tra infanzia a digiuno di cultura (il colpo di fulmine scattò solo quando ebbe la possibilità di imbattersi in Metastasio), beghe familiari (eredità contesa, morte del padre, secondo matrimonio della madre) e malattia: si è mai innamorato oltre a spendere i 1200 ducati ereditati per erudirsi? C’è mai stata una Silvia per lui? Dalle letture di D’Oro, attore enfatico, spuntano però le cose migliori del nocerin signore Amato: i versi su chi mandare cosmicamente sulla luna, la relazione complicata tra madre ambiziosa e figlio da far diventare prete a tutti i costi (Il campanaro di una parrocchia).

