Nocera e l’Agro, una prospettiva, l’UNIONE

La riunione conventuale del prossimo 25 ottobre probabilmente non sarà d’accordo e ci mancherebbe. Ma la vera scommessa del futuro può essere l’Unione dei Comuni dell’Agro, partendo magari proprio dalle due Nocera, su tale tipo di assemblaggio a dire il vero Cuofano e Torquato- anche se alla fine vale la volontà della gente – si son detti sempre d’accordo, con sfumature più o meno uguali. Si può chiamare anche in maniera diversa, dalla Città Metropolitana dell’Agro al Contratto o Piano d’Area, l’importante è partire. La vera scommessa sarebbe l’estensione a tutto l’Agro o a buona parte di esso. Su questo bisogna lavorare, anzi c’è già chi l’ha fatto.

Esiste ad esempio, l’Unione delle Terre dell’Agro, che già mette assieme San Marzano, San Valentino e Corbara.  Ma esiste anche dell’Unione della Valle dell’Orco, che mette assieme Bracigliano, Castel San Giorgio e la confinante Calvanico. Nessuna rinuncia al campanile, alla storia, allo stemma, all’appartenenza stretta. Qui non si tratta di fusione, scelta in calo ovunque, in considerazione degli enormi flussi di denaro che servirebbero e soprattutto in base ad esempi che ne hanno sottolineato a più riprese gli errori, le storture, l’inadeguatezza, l’insoddisfazione. Incominciamo a ragione, per Nocera ma soprattutto per l’Agro, alla grande o almeno alla larga. Lo impongono i tempi, il territorio, le risorse e la necessità di rispondere a problemi quotidiani o a problemi di fondo che tutti conosciamo a memoria. I sindaci e gli amministratori sanno benissimo a cosa ci riferiamo, alla necessità che diventa obbligo di andare avanti con risorse finanziarie ma anche umane totalmente risicate e inadeguate. Su ambiente, traffico, area industriali, mobilità, trasporti, cultura, archeologia, protezione civile e sicurezza si potrebbe creare la base di partenza.

 

L’unione di comuni è un ente disciplinato dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, che attua la legge 3 agosto 1999, n. 265 in particolare dall’articolo 32. L’ente è costituito da due o più comuni per l’esercizio congiunto di funzioni o servizi di competenza comunale. L’unione è dotata di autonomia statutaria nell’ambito dei principi fissati dalla Costituzione e dalle norme comunitarie, statali e regionali.

I cinque commi dell’articolo 32 definiscono le unioni di comuni in maniera sintetica e precisa, dando la massima flessibilità all’interno di poche regole precise.

Nel primo comma si definisce l’unione come costituita da due o più comuni che devono essere contigui con un obiettivo chiaro: “esercitare congiuntamente una pluralità di funzioni di loro competenza”. Ciò significa che i singoli comuni si uniscono e trasferiscono alle unioni funzioni e servizi. Ciò implica che il servizio o la funzione trasferita all’Unione viene sottratta alla titolarità diretta del Comune, e rientra nella titolarità dell’Unione dei comuni. In ciò si esprime una prima differenza rispetto alle semplici convenzione di gestione dei servizi, in cui la titolarità del servizio permane in capo al comune convenzionato, mentre il comune capofila semplicemente esercita lo stesso su delega degli altri.

L’unione deve avere un atto costitutivo e uno statuto. Lo statuto deve avere alcune caratteristiche: deve essere approvato dai singoli consigli comunali con procedure e maggioranze previste per le modifiche statutarie; deve definire gli organi e le modalità per la loro costituzione; definisce le funzioni svolte dall’unione e le risorse di finanziamento;
il presidente deve essere scelto fra i sindaci eletti; gli altri organi previsti, quali la giunta esecutiva e il consiglio dell’unione, devono essere composti da consiglieri o membri delle giunte con la presenza delle minoranze.

L’unione decide al suo interno i regolamenti per la propria organizzazione ed i rapporti con i singoli comuni. Il decreto conclude disponendo che le Unioni seguono le regole ed i principi previsti per i comuni, evidenziando che i componenti degli organi non possono eccedere le disposizioni relative ai comuni con la popolazione complessiva delle amministrazioni locali associate. Ultimo, ma fondante dei poteri delle unioni, è la destinazione di tutti gli introiti che derivano da tasse, tariffe e contributi dovuti per i servizi trasferiti dai comuni.

Con un decreto legislativo che ha regole sintetiche, chiare e minime, le attuazioni sono spesso molto diverse fra di loro e vengono costruite in funzione delle singole esigenze territoriali ed istituzionali. La realizzazione delle unioni di comuni permette di creare delle economie di scala nel dimensionare i servizi e crea le condizioni per la sopravvivenza dei piccoli comuni che, pur mantenendo la loro identità, possono accorpare servizi al fine di ridurre i costi pro-capite e ridurre pro-quota le spese fisse di gestione di alcuni servizi. I costi di gestione degli enti sono solitamente bassi, strutture formate da amministratori dei comuni e servizi coperti da entrate dedicate per la maggior parte dei servizi conferiti.

Le Unioni introdotte dalla L. 142/90 hanno avuto particolare fortuna a partire dalla novellazione riportata dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (TUEL), che ha soppresso l’obbligo inizialmente previsto per le Unioni di giungere alla fusione entro 10 anni dalla loro costituzione. Successivamente, numerose leggi regionali, a seguito della modifica del titolo V della Costituzione sono intervenute in materia, prevedendo discipline concorrenti, a volte in aperto contrasto con la disciplina del TUEL sulle unioni.

L’Unione tende quindi ad assumere un carattere polifunzionale, spettando all’atto costitutivo ed al regolamento la delimitazione effettiva dell’ambito di attività ad essa demandate.