Lunedì il Napoli tornerà in campo contro il Pisa di Alberto Gilardino, squadra ostica che si è già dimostrata molto difficile da perforare. La sfida coi nerazzurri però nasconde una storia passata ormai in cavalleria: quando l’allora stadio San Paolo fischiò il suo idolo, Diego Armando Maradona.
Il 17 maggio 1989 il Napoli è sul tetto d’Europa: a Stoccarda Diego Armando Maradona alza al cielo la Coppa Uefa, il primo trofeo internazionale nella storia del club. Pochi istanti dopo, però, già si consuma il primo strappo. Corrado Ferlaino, presidente vulcanico e calcolatore, sussurra a Diego: «Non ti vendo, te l’ho detto solo per motivarti di più». Una frase che per il Pibe de Oro suona come un tradimento, perché in quel momento credeva di aver guadagnato il diritto all’addio.
Un mese dopo, il 18 giugno, allo stadio San Paolo va in scena un epilogo inatteso. È la penultima giornata di campionato, Napoli–Pisa, gara senza valore per la classifica, ma che passerà alla storia non per i gol o per il risultato, bensì per i fischi. Fischi indirizzati non a un comprimario, non a un avversario, ma a Diego Maradona.
Diego scende in campo con il broncio, reduce da settimane di tensioni e da un’assenza polemica ad Ascoli per una “colica” che aveva alimentato sospetti. Dopo appena diciassette minuti si ferma per uno stiramento e chiede il cambio. Il pubblico non gli perdona quella resa, interpretata come il gesto di un campione già con la testa altrove, forse già promesso sposo al Marsiglia di Bernard Tapie. Dalle tribune piovono fischi e insulti. È un colpo durissimo: il San Paolo che lo aveva idolatrato, adesso sembra voltargli le spalle.

Quell’episodio segna uno spartiacque. Maradona ammetterà in seguito che fu lì, nella pancia dello stadio, a maturare la decisione di lasciare Napoli. Nonostante il carico di amore, vittorie e magie, il rapporto con la città si incrina. Le trattative con il Marsiglia, tenute segrete per settimane, diventano di dominio pubblico. Napoli vive giorni di incertezza e amarezza, divisa tra il mito e la paura dell’abbandono.
Il paradosso è che quei fischi, nati dal sospetto e dalla delusione, non cancellano l’amore eterno tra il popolo azzurro e il suo dio del pallone. Restano però come una ferita aperta: il giorno in cui il San Paolo, per un attimo, smise di essere casa e divenne tribunale. Una frattura che anticipò l’ennesima estate tormentata, fatta di smentite, trattative saltate e rientri clamorosi.
Il 5 settembre, dopo sessantotto giorni di assenza, Maradona tornò a Napoli. Il campionato era già cominciato e la città, ancora sotto shock per la morte di Gaetano Scirea, riabbracciava il suo campione. Ma il ricordo di quei fischi contro il Pisa rimase inciso come una pagina dolorosa: il simbolo della fragilità di un amore che sembrava eterno e che invece cominciava a scricchiolare.

