Di Marco Visconti
Ieri, all’Auditorium «Sant’Alfonso Maria de Liguori» di Pagani, è andato in scena «Sagoma. Monologo per luce sola», il penultimo spettacolo della rassegna teatrale di «Scenari pagani 26 – Fuori campo». L’opera teatrale, scritta da Fabio Pisano con la regia di Davide Iodice, vede come protagonista il maestro napoletano Nando Paone, da sempre legato al teatro. Paone si racconta e descrive l’opera teatrale «Sagoma».

«Sagoma» è una riflessione anche sul teatro, secondo lei il teatro è in crisi?
«Il teatro è in crisi ai tempi di Aristofane. Questa è la bellezza che rende le tinte forti dello spettacolo dal vivo. “Sagoma” è un monologo di circa 50 minuti, durante il quale questo attore, nel caso specifico sono io, sta facendo l’allestimento per uno spettacolo di cui non si saprà mai il nome. Fabio Pisano, che ha scritto questo testo, rappresenta una riflessione non solo sul teatro, che è di prima lettura, ma c’è una riflessione sull’uomo moderno, come sappiamo, sempre più bisognoso di essere online, condiviso, conosciuto, al di là della conoscenza. Questo è il punto chiave di questo testo, che questo attore si lamenta di essere stato sempre troppo riconosciuto al di là della conoscenza. La gente mi riconosce ma non mi conosce e quindi preso da una sorta di delirio, di follia, decido di mettere su questo spettacolo dove non voglio mai essere visto in viso, devo essere visto, appunto, in sagoma. Questo per dire che l’allegoria vuole significare che l’uomo moderno avrebbe bisogno più di essere conosciuto che non riconosciuto. La morale sulla sostanza di quello che fa, non applauso tout court».
Quant’è forte il metateatro pirandelliano in «Sagoma»?
«Ogni volta che si mette in scena uno spettacolo dove si rappresentano gli attori in teatro, immediatamente viene la suggestione del metateatro di Pirandello. In realtà, non credo che Fabio abbia voluto intendere il metateatro pirandelliano, quindi è più una trasposizione moderna, di quello che è la condizione dell’uomo moderno che vuole essere sempre condiviso e riconosciuto senza meriti. L’attore che compie l’azione di puntamento di fari controluce, è in pratica un fallito».
Ci sono suoi colleghi, invece, che danno un’idea del teatro destinato al fallimento. Lei invece è ottimista, crede che il teatro non morirà?
«Il teatro è eterno. Già nel momento in cui siamo noi due in questa stanza, io racconto una barzelletta, stiamo facendo teatro. È vero che la crisi oggi è endemica, soprattutto in Italia perché abbiamo avuto dalle scorse amministrazioni dei trattamenti pessimi. Tuttavia lo spettacolo che porto in scena stasera vuole significare anche questo, di tenere vivo il teatro».
Lei nasce col teatro e non l’ha mai abbandonato, cos’è per lei il teatro?
«Il teatro per me è vita. Rosalia Maggio diceva “‘o teatro è l’omm mio”, in questo caso dico il teatro è “ ‘a femmena mia”. La si ama, si litiga, si fa pace facilmente, quindi, nel mio caso personale, devo dire che il teatro mi ha salvato la vita. Molto spesso ho preferito accettare scritture teatrali dove si guadagna meno, si fatica tantissimo e si gira tantissimo, piuttosto che un film in cui guadagno molto ma non mi trasmette nulla».
Oltre a «Sagoma», su cosa sta lavorando?
«Io ho interrotto le repliche di “Sagoma”, perché dovevo portare in scena la “lezione di Ionesco” con la regia di Antonio Calenda, abbiamo fatto una breve tournée. Riprenderò a ottobre “Aspettando re Lear” che è una trasposizione, un focus, sulla storia del re Lear di Alessandro Preziosi e, contemporaneamente, in questi giorni sto girando le scene che mi competono della terza stagione di “Mina Settembre”».

