Musica&Culture, 40 anni di “London Calling” e non sentirli: The Clash, band che non finirà mai di dire

Non è strettamente necessario essere fini intenditori per capire come e quanto i Clash abbiano contribuito a rendere la musica “un mondo migliore”. La band inglese formata da Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Nick Topper Headon (che lasciò il gruppo nell’82), era capace di una tale varietà musicale da differenziarsi ben presto da tutti gli altri gruppi della scena punk degli anni Ottanta. In questo periodo erano cambiate molte cose e si respirava un certo clima di disorientamento. Lo scioglimento dei Sex Pistols, la morte di Sid Vicious e il punk inglese approdato con successo negli USA, disegnavano senz’ombra di dubbio i contorni di un nuovo e inaspettato scenario. I Clash in questo quadro generale, pur essendo rimasti un caposaldo del movimento punk, stavano cambiando volto e, superata la fase dei “city rockers” con una certa dose di ingenuità, cominciarono non soltanto a pensare al futuro ma per la prima volta, tentarono anche di fare i conti con quel passato che il punk aveva spesso rinnegato (Beatles, Rolling Stones…). La rivoluzione del ’77 era oramai esaurita e i Clash intrapresero un percorso personale recuperando quel passato attraverso alcuni valori che, secondo la band dello “strimpellatore”, potevano rappresentare lo strumento valido per dare un senso al presente con un occhio sempre proiettato sul futuro.

Dopo “The Clash” e il meno fortunato album “Give ‘Em Enough Rope”, il 14 dicembre del 1979 vide la luce in Inghilterra “London Calling” (due anni più tardi fu pubblicato anche in America). Prodotto da Guy Stevens, questo lavoro discografico si presentò fin da subito molto ambizioso: un doppio album di diciannove brani che metteva in evidenza la versatilità musicale della formazione inglese. Dal punk allo ska, dal pop a chiari inserimenti jazz, dal rockabilly al raggae al rhythm & blues, con il valore aggiunto della copertina del disco – un omaggio ad Elvis Presley – l’album sembra essere sospeso tra passato, presente e futuro e, per la sua complessità, destinato a lasciare il segno nei decenni e decenni successivi. L’uscita di “London Calling” – pietra miliare della musica – rappresentò la fine degli anni Settanta e quindi, in questo caso, la fine di una stagione musicale. Il tramonto del movimento punk sembrava tangibile mentre il punk-rock coraggiosamente cominciato l’attività dell’autoproduzione. Il punk diventava quindi qualcosa di diverso da quello che era stato inizialmente, retava però immutata, “a imperitura memomria”, quella particolare ed elegante rabbia che Joe Strummer riusciva a trasferire nei testi. Una rabbia che era frutto del suo rifiuto dell’autorità maturato negli anni in cui frequentava un collegio londinese, quindi, una insoddisfazione verso l’autorità: “I fought the law and law won.

Tra qualche mese, il terzo lavoro discografico che ha consacrato per sempre i Clash alla storia della musica, avrà esattamente quarant’anni e per l’occasione il Museum of London ha organizzato una mostra, aperta al pubblico dal 15 novembre, in cui verranno esposti oggetti personali della band, il taccuino su cui Strummer scriveva i testi, immagini inedite e alcune inestimabili chicche, come il basso Fender che Paul Simonon distrusse al Palladium di New York, la cui azione fu immortalata da Pennie Smith (fotografa ala seguito della band) per diventare subito dopo la copertina, un’icona, dell’album.

Sempre a Londra e sempre per i quarant’anni di “London Calling”, in collaborazione con il British Film Institute, Don Letts proietterà il suo documentario “The Clash: Westway to the World” alla presenza dei tre componenti rimasti: Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon. Ci sarà ovviamente una ristampa dell’album in edizione limitata (due cd), un vinile e un libro su cui è riportata l’intera genesi dell’album con l’ausilio di ricordi, immagini e note.

(di Giulia Lombardi)