Morte di Dario Ferrara: gli amici in aula non ricordano

Rischiano la falsa testimonianza

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Tanti «non so» e «non ricordo» hanno caratterizzato le testimonianze di tre giovani ieri mattina, in Corte d’Assise, sentiti nel processo per la morte del 21enne di Nocera Inferiore, Dario Ferrara. Dopo la testimonianza della madre della vittima, ascoltata nella precedente udienza, è toccato ad un giovane (amico sia di Dario che di Francesco Paolo) e a due ragazze raccontare e confermare quanto loro stessi fecero verbalizzare dalla polizia all’epoca delle indagini. Ed è qui che si è registrato, se la si vuol leggere in questo modo, il colpo di scena che potrebbe anche riscrivere la storia di questo processo. Nessuno dei tre è stato infatti preciso sulla descrizione di quanto visto, tanto da rischiare ora un’incriminazione per falsa testimonianza.

Si parte dal ragazzo, che in sede di verbale riferì alla polizia che il casco mostratogli dagli inquirenti appartenesse a Francesco Paolo Ferraro, il 25enne accusato di omicidio e colpevole, secondo la procura, di aver colpito Dario, due volte alla testa, proprio con quell’oggetto. A domanda precisa dei giudici, il giovane avrebbe mostrato grossa incertezza. Lo aveva già fatto una settimana dopo i fatti, raccontando al pubblico ministero che non ricordava di quella sua conferma. Ed è lo stesso che fornì più versioni alla madre della vittima, per poi sparire dalla sua vista e non rispondendo a molte delle sue telefonate. Non sarebbe andata meglio neanche quando gli è stato chiesto di un appuntamento presunto richiesto quel giorno, proprio al giovane Dario. La prova sarebbe in alcuni sms scambiati tra i due, sui quali il ragazzo non sarebbe stato chiaro. Durante la sua audizione è emerso dei rapporti di conoscenza tra la vittima e Francesco Paolo, di un presunto debito non ancora onorato e di una testata, che il secondo avrebbe dato al 21enne, giorni prima del tragico evento. Circostanza, quest’ultima, nota un pò a tutta la cerchia degli amici in comune

Poca chiarezza sarebbe emersa anche dal racconto degli altri testimoni. E cioè, le due ragazze che quel giorno dissero alla polizia di aver visto «volare e poi cadere» un ragazzo a terra. In aula, nessuna delle due ha confermato quella circostanza. E fornendo una versione, di gran lunga inferiore nei contenuti rispetto a quella che invece raccolse la polizia. Ieri mattina è toccato anche ai consulenti riferire degli esami medici eseguiti sul corpo del giovane Ferrara. Entrambe le perizie (quelle della procura e dell’accusa) convergono sulla circostanza che le ferite che il 21enne riportò non fossero compatibili con una caduta, ma derivanti invece da due colpi ricevuti da un corpo contundente a forma sferica. Differenti le conclusioni della perizia della difesa, che parla di ferite generate da una caduta. Durissimo il commento dell’avvocato che assiste la famiglia di Dario, Michele Alfano: «I testimoni sono stati tutti reticenti. Vige una grande omertà». Il processo è destinato a chiudersi entro un paio di settimane, forse già il 27 maggio, nell’eventualità che l’imputato, Francesco Paolo Ferraro, decida di riferire la sua versione dei fatti in aula.

Dario Ferrara morì il 28 aprile del 2015, dopo tre giorni di coma, all’ospedale Umberto I. Il 26enne Francesco Paolo Ferraro è accusato di omicidio volontario. I due avrebbero avuto una colluttazione all’interno del parco comunale “Canzolino” a Villanova. Dietro quello scontro, pare ci fosse un debito non onorato di un centinaio di euro. Le indagini furono condotte dalla polizia di stato, solo il giorno dopo i fatti, per una segnalazione tardiva dal pronto soccorso, che aveva proceduto per un incidente causato dalla caduta dal motorino. A riferirlo fu proprio la madre di Dario, durante la precedente udienza, raccontando che alcuni ragazzi le dissero che il figlio era stato vittima di un incidente. Poi, il giorno dopo, seppe che era stato “colpito due volte con un casco”. E anche la donna, Annamaria Sarno, ha parlato di reticenza e confusione nei racconti che lei stessa raccolse da alcuni amici di Dario su come andarono effettivamente le cose. Una circostanza emersa chiaramente anche ieri mattina, durante la testimonianza dei tre amici della vittima. Il giovane Ferraro si era sempre difeso, confermando l’incontro e la colluttazione, negando però di averlo colpito. A prova di ciò, consegnò anche un casco alla polizia, dalla quale si recò qualche ora dopo i fatti di sua spontanea volontà