Massimiliano Manfredi, chi è il presidente del Consiglio Regionale della Campania
La mattina in cui Massimiliano Manfredi diventa presidente del Consiglio regionale della Campania non ha il rumore delle svolte urlate. Ha piuttosto il suono secco dei numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Quarantuno voti su cinquantuno, alla prima votazione. Una convergenza ampia, trasversale, quasi chirurgica. È così che Massimiliano Manfredi entra nella stanza più delicata della politica regionale campana, in un momento in cui la parola stabilità vale più di qualsiasi slogan.
Il voto che non ammette repliche
Quando l’esito viene proclamato, in aula non c’è sorpresa ma consapevolezza. Su Massimiliano Manfredi si sono ritrovati, nello stesso gesto, maggioranza e opposizione. Un voto isolato va a Vincenzo De Luca, ma viene dichiarato nullo perché il presidente della Giunta non è presente. Un altro a Lucia Fortini, uno a Luca Fella Trapanese. Sei schede bianche. Tutto il resto converge. È il tipo di voto che non nasce all’ultimo minuto, ma che si prepara nei corridoi, nelle interlocuzioni silenziose, nelle settimane in cui si costruisce una figura percepita come affidabile.
Massimiliano Manfredi e la forza dei numeri
Quarantuno voti non sono solo una maggioranza. Sono un messaggio politico. Raccontano di una figura che non divide, che non spaventa, che non viene percepita come una mina vagante. In una fase storica in cui i Consigli regionali diventano spesso luoghi di scontro permanente, l’elezione di Massimiliano Manfredi assume un significato diverso. È la scelta di una regia, non di un frontman.
Una biografia che attraversa la politica senza salti
Cinquantadue anni, nato a San Paolo Belsito, sposato, padre di due figlie. La storia politica di Massimiliano Manfredi non conosce accelerazioni improvvise. È una traiettoria lunga, stratificata, che parte da lontano. Fino a ottobre 2001 è segretario provinciale della sinistra giovanile a Napoli, in un’epoca in cui la politica era ancora formazione, sezioni, militanza quotidiana. Subito dopo entra al Comune di Napoli, con l’amministrazione guidata da Rosa Russo Iervolino, occupandosi di politiche del lavoro, imprese e concertazione. Temi tecnici, poco mediatici, ma centrali.
Il passaggio nei palazzi istituzionali
Sono anni in cui si impara il peso delle decisioni concrete. Non i comunicati, ma i bandi. Non i titoli, ma gli effetti. Questa esperienza resta una costante nel profilo di Massimiliano Manfredi, che continua a muoversi in ruoli di raccordo più che di esposizione.
Dal 2006 al 2008 Massimiliano Manfredi è capo della segreteria del ministro della Funzione Pubblica Luigi Nicolais. Poi, tra il 2008 e il 2009, coordina le attività programmatiche nazionali del Partito Democratico, lavorando a stretto contatto con Walter Veltroni e Dario Franceschini. È una fase cruciale, in cui il partito cerca una direzione e una sintesi. Manfredi si muove in quel perimetro, senza mai trasformarsi in un protagonista mediatico.
Dal 2010 al 2013 diventa presidente provinciale del PD di Napoli. È qui che consolida una reputazione interna fatta di equilibrio e capacità organizzativa. Resta componente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, mantenendo un legame costante con il livello nazionale.
Massimiliano Manfredi e l’ingresso in Parlamento
Nel dicembre 2012, alle Parlamentarie del PD, Massimiliano Manfredi raccoglie oltre 4.500 preferenze. È un test interno che supera con decisione. Alle politiche del 2013 viene eletto alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Campania 1. In Parlamento entra in commissioni che raccontano una precisa traiettoria: Ambiente, Territorio e Lavori pubblici, Commissione antimafia, Politiche dell’Unione europea.
Nella Commissione parlamentare antimafia ricopre il ruolo di coordinatore del Comitato sulle infiltrazioni nell’economia legale. Un incarico che richiede metodo, studio, capacità di ascolto. Non visibilità. È lo stesso approccio che tornerà utile negli anni successivi.
Il ritorno in Campania
Nel 2020 viene eletto consigliere regionale con quasi 20mila voti. Alle ultime regionali migliora il risultato, superando i 30.500. Numeri che raccontano un radicamento crescente. Non un consenso effimero, ma una presenza riconosciuta sul territorio. È da qui che matura il passaggio alla presidenza del Consiglio regionale.
Il voto che lo elegge presidente non è solo il frutto di appartenenze di partito. È il riconoscimento di una figura considerata compatibile con la complessità istituzionale del ruolo. Il presidente del Consiglio regionale non governa, ma garantisce. Non decide le politiche, ma il corretto funzionamento della macchina democratica. È un ruolo che premia profili come quello di Massimiliano Manfredi.
Massimiliano Manfredi e il cognome che pesa
C’è un elemento che attraversa l’elezione senza essere mai dichiarato apertamente. Massimiliano Manfredi è il fratello di Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci. Un dato che tutti conoscono, ma che nessuno usa come argomento ufficiale. La politica campana è abituata a dinastie improvvisate e a cognomi usati come scorciatoie. Qui accade il contrario. Il cognome pesa perché è già esposto, e proprio per questo impone prudenza, rigore, assenza di colpi di testa.
Autonomia e continuità
L’elezione dimostra che Massimiliano Manfredi viene valutato per il suo percorso, non per riflesso. La convergenza ampia nasce dalla percezione di un equilibrio possibile, non da un automatismo familiare.
In un contesto informativo saturo, dove l’attenzione dura pochi secondi, l’elezione di Massimiliano Manfredi riesce a imporsi senza clamore. Proprio per questo diventa centrale. Racconta una politica che, almeno per una volta, sceglie la continuità operativa invece dello strappo. Racconta una Regione che, davanti a dossier complessi e tensioni latenti, preferisce un presidente capace di tenere insieme i pezzi.
Massimiliano Manfredi e la sfida silenziosa
La vera sfida inizia ora. Rendere visibile un ruolo che per natura lavora dietro le quinte. Trasformare l’equilibrio in efficacia. Dimostrare che il consenso trasversale non è immobilismo, ma condizione per far funzionare l’istituzione.
Il giorno dell’elezione passa, le cronache archiviano il dato. Ma la traiettoria di Massimiliano Manfredi entra in una nuova fase. Non quella delle promesse, ma quella delle prove quotidiane. E in politica, spesso, è lì che si decide tutto.

