Los Angeles. Intervista a Max Coppeta in occasione delle mostre d’arte alla Wönzimer Gallery

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Dopo le drammatiche vicende che hanno coinvolto la città negli ultimi giorni, la Wonzimer Gallery e LAAA Gallery 825, hanno deciso che le mostre si apriranno regolarmente al pubblico dal 17 gennaio.

Di Marco Visconti

L’artista Max Coppeta, classe ’80, è un instancabile ricercatore la cui  peculiarità è di lavorare con gli elementi, tra questi rientra un lavoro oculato artisticamente per l’acqua. La sua fama di sapere, lo porta alle mostre d’arte di Los Angeles, le cui opere d’arte affiancano quelle di altri artisti prestigiosi. Le opere d’arte di Coppeta sono un mix di forme ed elementi, sintetizzati in bellezza e significato. L’artista descrive le sue opere, «Costellazioni deserte» e «La vanità dell’universo geometrico», esposte rispettivamente alla mostra Transience to the infinite e The marks of our time alla Wönzimer Gallery e LAAA Gallery, curate da Cynthia Penna.

A destra Max Coppeta.

Come nasce l’idea di queste sue opere d’arte?

«L’idea, o meglio l’ispirazione che mi spinge all’azione progettuale e produttiva, è per me un mistero. Il percorso creativo non segue mai uno schema fisso, ma spesso nasce durante un viaggio, quando i pensieri si liberano dalla quotidianità. È in quei momenti che qualcosa mi suggerisce di approfondire un aspetto del mondo che ci circonda, qualcosa di meritevole di indagine e riflessione. In quel preciso istante non mi pongo troppe domande; mi butto subito nell’azione: faccio, provo e cerco di capire. È una magia straordinaria, perché ogni volta accade qualcosa di inspiegabile. Per me, l’artista è come un parafulmine, una figura che si colloca tra il reale e il metafisico, fungendo da tramite tra l’invisibile e il visibile. Non deve opporsi a questa energia, ma porsi al suo servizio, permettendo che ispirazione, creatività e tecnica si incontrino in quell’attimo misterioso per toccare le corde sensibili dell’emotività e della comprensione umana».

«La vanità dell’universo geometrico» rappresenta un cerchio, sottolineando la perfezione, e al sui interno sono rappresentati altri cerchi. Mi riporta alla fisica: la rappresentazione di diversi mondi, un vero multiverso.  C’è un collegamento con la fisica?

«Nell’opera La vanità dell’universo geometrico, il riferimento alla fisica è chiaro: essa viene interpretata come la scienza che studia i fenomeni naturali, analizzando le leggi fondamentali e le interazioni tra materia ed energia. La fisica descrive e prevede il comportamento dell’universo, dalle particelle subatomiche fino alle grandi strutture cosmiche. Il cerchio, la figura geometrica più semplice e pura, rappresenta simbolicamente il ciclo naturale della vita, in cui nascita, morte e rinascita si fondono in una forma continua. Priva di spigoli e angoli, questa forma trasmette concetti di armonia, unità e connessione universale. L’opera è caratterizzata da una costruzione complessa di cerchi concentrici, che suggeriscono la connessione tra mondi diversi. La superficie specchiante, invece, imprigiona lo spettatore all’interno dei confini dell’opera, dove linee e forme regolano il passaggio. Questo specchio invita a riflettere sull’equilibrio e la sovranità dell’universo, ma al tempo stesso evoca un nuovo sole, simbolo di altre vite possibili in luoghi lontani dell’universo. Non siamo soli».

Cosa descrive, invece, l’opera «Costellazioni deserte»?

«L’opera Costellazioni deserte ci invita a rivolgere lo sguardo verso l’infinito, consapevoli dei nostri limiti nel comprendere una dimensione così vasta. Passato, presente e futuro si cristallizzano in una sola dimensione, testimoniando un tempo ormai perduto. Costellazioni simula materia organica per raccontare il delicato equilibrio che regola il nostro ecosistema».

M.Coppetam La vanità dell’universo geometrico, incisione su alluminio composito, 2021.

Biografia di Max Coppeta

Autore della prima Opera Scannografica della Storia dell’Arte Contemporanea con l’opera “Il Regalo di Dio“, esposta in Piazza del Plebiscito – Napoli, 2001 e pubblicata nel volume “Ospedali e Sanità in Italia” ed.Liguori, 1998. Nato a Sarno nel 1980, vive e lavora a Bellona (Ce). Nel 2002 si laurea in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli, con una tesi sul teatro multimediale. Lo stesso anno gli viene assegnata una borsa di studio dall’Istituto Superiore di Design di Torino, grazie alla quale entra in contatto con Leonardo Sangiorgi (Studio Azzurro), Pep Gatell (La Fura dels Baus), Carlo Infante (esperto di nuovi media) incontri che cambieranno per sempre il suo modo di pensare e vivere l’arte. Nel 2006 si specializza in Arti Visive e Spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Parallelamente alla ricerca visiva in ambito artistico, fin dal 2001 avvia uno studio di Design e Visual Marketing con importanti collaborazioni, come quella con il Teatro Bellini di Napoli, durata oltre 10 anni. Per circa tre edizioni è giurato al Premio Web Italia, dopo aver ricevuto numerosi premi e segnalazioni nel settore dei linguaggi multimediali. Nel 2012 approda ad una nuova ricerca: ‘‘Piogge sintetiche’’, un nuovo percorso esperienziale e visionario in cui utilizza prodotti chimici e tossici per simulare i misteri della natura; conquistando importanti spazi espositivi a Houston, Los Angeles, Lancaster, Singapore, Tokyo, Caracas, València, Napoli, Milano, Torino, Venezia. Numerose le tesi e le pubblicazioni scientifiche che lo vedono protagonista con collaborazioni con l’Università di Salerno, il Politecnico di Milano e il Dams di Torino. La sua attività di ricerca, in costante evoluzione, viene monitorata dalla Fondazione Filiberto Menna di Salerno, dalla Fondazione D’Ars di Milano e dalla Fondazione De Chiara De Maio di Solofra (Av).  Ha ricevuto attenzione da parte delle maggiori testate giornalistiche: La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Mattino, Corriere della Sera.