Lo sguardo sulla bellezza del poeta greco Sotirios Pastakas

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La poesia è il mezzo attraverso il quale la gioia e la malinconia, come la galleria di infinite pennellate dell’animo, seminano e preservano parole.

Ieri sera nella sala-teatro del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Salerno, l’ospite del progetto Voci migranti è stato Sotirios Pastakas, voce poetica tra le più riconosciute nel contesto internazionale.

Autore di quattordici raccolte, traduttore di poeti italiani, ha presentato il suo ultimo lavoro Monte Egaleo – curato da Multimedia Edizioni in collaborazione con La Casa della Poesia – che ha intuito l’importanza di portare nelle scuole anche la testimonianza delle lotte per riconoscere il significato vero della democrazia.

I disegni della pubblicazione sono di Marco Vecchio che ha ripercorso l’incontro, prima virtuale e poi reale, con Pastakas con il quale è risultata immediata la sintonia anche nella scelta della predominanza del colore blu delle raffigurazioni, espressione calzante del racconto poetico dell’autore.

La serata ha visto l’interpretazione del poeta che nella lingua madre ha recitato i componimenti, tradotti simultaneamente in italiano sullo sfondo del palco.

Pastakas in 47 componimenti raccolti nel testo, attraverso il ricorso alla metafora dell’attico, indica al lettore la possibilità di aspirare al bello che può intravedersi nella vicenda umana.

La bellezza tra le cose osservate dall’attico dell’osservatore-poeta c’è, seppure confusa tra le rovine che pure fanno parte dell’esistente e per rilevarla non è necessario ricorrere al trascendente, inteso come lo spazio dove realizzare il bello inarrivabile sulla terra.

L’occhio dell’autore è quello della tortora che plana sulle briciole umane considerate, forse a torto, fonte di sussistenza.

L’Acropoli impersona la bellezza eterna che allontana l’idea della morte in un mondo che autonomamente determina quel brutto con il quale ci si ritrova a confrontarsi.

Ciò causa un atteggiamento ambivalente nel poeta che vive la frustrazione di una realtà amorfa nel suo svilimento.

Solo la poesia argina il degrado dell’essere umano votato al fallimento, solo la volontà di alzare il livello della propria esistenza consente il recupero di una possibilità, ma anche dall’alto, da quella che appare una posizione privilegiata, l’unica strada maestra prevede l’accettazione della propria nudità.

“Pensavo di essere arrivato in alto. Dal settimo piano guardavo l’Acropoli. Mi illudevo. Ancora una volta ero stato ingannato. Ti chiedo, cosa si erge più in alto del Licabetto? Non prendermi in giro anche tu. Per tutta la vita ho fatto l’errore di porre le domande giuste e ricevere più o meno risposte false.”