L’Italia e la Nocera del garofano, socialista con molti distinguo

A breve saranno 20 anni della scomparsa in terra straniera di Craxi Benedetto, detto Bettino. Crās in latino banalmente si traduce domani. Ma qui si continua a discutere dell’altro ieri. A suo favore l’aver detto no agli americani su Sigonella, l’aver ammesso sia in Parlamento che davanti a Di Pietro che tutti i partiti- ma proprio tutti- godevano di finanziamenti truffaldini, di aver tentato di opporsi al no secco democomunista alla trattativa per liberare Moro, i diritti civili divorzio in primis. Il resto, onestamente, poco c’azzecca col socialismo vero, liberale o cristiano, anarchico o rispettoso delle regole democratiche che sia. Dal Midas, luglio 1976 in poi, quando fece fuori l’ottimo avvocato napoletano Francesco De Martino dalla segreteria del partito – palleggiandosi persino Mancini e Lombardi- gli errori furono parecchi. Diventare la Dc della sinistra ad esempio, la terza forza in grado di condizionare la prima e di escludere la seconda. Non voleva Pertini presidente, dovette subirlo. Onestamente fu bravo a scegliersi una squadra intelligente, al di là e al netto di Tangentopoli. Il già vecchio Vassalli, il furbo e scaltro Signorile poi giubilato, il piacente a tutti Martelli, il capellone illuminato De Michelis, il dottor sottile Amato, il moderatissimo Acquaviva, il battutista mai pentito Formica, l’atipico Manca dirottato alla Rai, Benvenuto e Del Turco alle prese col sindacato. Non tutti gli furono fedeli fino all’ultimo, cioè fino alle monetine lanciategli contro e fino alla scelta dell’esilio quando pagò più di tutti, in nome dell’antipatia umana, il disprezzo delle sardine di allora quelle tangentopoliste. Piaceva anche ad una certa destra – non ad Almirante che lo deprezzava se non proprio disprezzava – quella che si esaltava alle vignette con gli stivaloni di Forattini, ispirate da Scalfari, socialista perdente da giovane, che vedeva in Benedetto una sorta di somiglianza con la buonanima di Benito, in gioventù persino direttore de L’Avanti. Meglio Giannelli, quando pennellava Silvio come figlio di Bettino. Dal generale, al particolare. Anche a Nocera si riparla del fenomeno Craxi e dei socialisti. Bel tema. Il nostro socialista nocerino ideale resta Giuseppe Vicedomini, che verso la fine dell’ottocento da bottaio divenne sindaco. Su Rocco Caiazza il giudizio resta sempre ibrido, umanamente di gran livello per carità ma…Sui socialisti anno ottanta, il giudizio sarebbe troppo complicato da sbrigare in poche righe. Intelligenti e svegli ma figli di accordi precisi sulle preferenze Enzo Casalino e Franco Caso- battezzati capi da papà Carmelo Conte da Piaggine- bastian contrario intraprendente Gerardo Maccauro, senatore gentile ma con diverse dimenticanze Ninì Sellitti, sindaca presa dalla Dc la Realfonso, il forbito Franco Peta, i praticissimi Nicolini e Avellino. Persone professionalmente e nei comportamenti superiori come Nicola Padovano ed Enrico D’Angelo, ma qui sono di parte in entrambi i casi sono di parte e manco vi dirò il motivo. I socialisti di ultimissimo conio sempre coerenti sono stati Vigliar e Torre. Di altri sarebbe persino superfluo parlarne, ovvero del declino alla rinascita trasformista e affaristica. Negli anni sessanta del secolo scorso, un Nenni versione governativa dichiarò pubblico imbarazzo dinanzi alla Regina Elisabetta. I socialisti della mia generazione dicevano con le budella dell’ultimo Papa impiccheremo l’ultimo Re.