L’inchiesta: Oro rosso e capolarato, viaggio nell’Italia illegale

Sull’onda emotiva del dramma di Foggia, parte una piccola inchiesta sul fenomeno, a puntate, per non annoiare ma per tenere alta l’attenzione. 

Sono tra i 14 e i 17,5 i miliardi di euro fatturati ogni anno dall’agromafia, fenomeno che comprende anche il caporalato. Più di 400 000 i lavoratori irregolari che vengono impiegati in Italia nella produzione agricola. Tutti loro sono potenziali vittime di caporalato, l’informazione scientifica deriva dal rapporto realizzato dall’Osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai-Cgil. In questa schiera di uomini sfruttati, sia stranieri che italiani, ci sono talvolta oscillazioni numeriche: la falce di questo sistema miete silenziosamente le sue vittime portandole anche alla morte. Agromafia e caporalato ammorbano una fetta molto ampia di produzione italiana, il pomodoro ha tuttavia il triste titolo di protagonista del malaffare a causa della vastità del processo produttivo in cui è immesso. Secondo il report “Spolpati” dell’associazione onlus Terra!, infatti, ogni anno produciamo nel nostro Paese cinque milioni di tonnellate di pomodori su una superficie di poco superiore ai 70mila ettari. Nel Nord Italia la filiera è racchiusa nel triangolo Parma-Piacenza-Ferrara, mentre al Sud Foggia, Taranto, Lecce e Brindisi costituiscono il cosiddetto quadrato dell’oro rosso. E sono soprattutto queste ultime le città che quotidianamente si trovano a dover far fronte a criminalità e degrado (tra i 18 e i 19 mila i braccianti impiegati soltanto nell’area vicino a Potenza): che insediandosi in una o più fasi del processo produttivo, guastano il buon nome di un prodotto che dovrebbe essere invece motivo d’orgoglio e di vanto. In Puglia le baraccopoli vengono chiamate anche ghetti, il più famoso è quello di Rignano Garganico, in provincia di Foggia. Qui trasmette anche una radio, radio ghetto, per dare voce con le sue trasmissioni ai 1500 braccianti che vivono in containers malandati e senza acqua potabile. Ogni ghetto ha un nome e all’interno gli abitanti sono divisi per nazionalità, ma ad accomunare ogni lavoratore sono il lavoro in nero, il salario irrisorio (può scendere sino a 2-3 euro l’ora), le condizioni di vita degradanti che hanno portato alla morte tante persone senza un nome tra le righe dei giornali. Lo Stato e la giurisdizione non ignorano questi problemi, ma contrastarli è lento e difficoltoso per le complessità del caso. Per esempio un ruolo chiave è rivestito dalle Organizzazioni dei Produttori (OP), che fanno da intermediari tra le piccole aziende agricole e le industrie di trasformazione. La prima legge contro il caporalato è del 2011, quindi nel 2014 viene firmato un protocollo per la responsabilità sociale ed etica nella filiera delle conserve di pomodoro; infine l’ultima legge, che identifica la responsabilità in solido delle aziende, è del 2016. Processo continuativo quello del duello giuridico contro il caporalato ma difficile, ancora lontano dal poter assistere all’estinzione di queste piaghe sociali.