L’inchiesta. La Torretta è salva dai rifiuti?

0
66

La risposta esatta è sì, ma l’avversativa è d’obbligo: la collina di Pagani esce dall’infrazione Ue con l’atto di Vadalà, ma resta un malato speciale da monitorare. E lungo via Amalfitana lo scempio dei micro-sversamenti continua.

di Marco Visconti

La Torretta resta un “malato speciale” che necessita di un monitoraggio costante sul grado di inquinamento latente. Inoltre, basta farsi un giro lungo la strada che porta all’area interdetta per accorgersi che lo scempio non è affatto finito: la via Amalfitana è ancora costellata di rifiuti di ogni genere che meriterebbero di essere rimossi immediatamente. Un paradosso intatto, che fa da contraltare a quarant’anni di veleni, scontri politici fratricidi e clamorosi buchi neri nei controlli. Il 2005 è la data chiave in cui si muovono congiuntamente gli ispettori dell’Arpac e le forze dell’ordine. Durante questo blitz viene accertato il massiccio riempimento abusivo della conca della ex cava con i famosi 3mila metri cubi di rifiuti speciali (scarti edili alla rinfusa) e scattano i sigilli giudiziari. I dettagli scientifici sulla natura del materiale interrato nei circa 14.726 metri quadrati della Torretta (sito ex Sin “Bacino Idrografico del fiume Sarno”) sono contenuti nel Piano di Caratterizzazione firmato dal geologo Giuseppe Parlato. È questo il documento fondamentale che ha mappato la reale chimica del suolo attraverso i primi 4 sondaggi a carotaggio continuo, definendo cosa si nascondeva sotto lo strato superficiale rispetto alle concentrazioni soglia di contaminazione per le aree a verde pubblico e residenziale.

I riscontri diffusi e costanti di metalli come berillio, tallio e vanadio oltre le soglie di legge non sono l’effetto di sversamenti industriali abusivi, bensì un fattore tipico e intrinseco della natura geologica e vulcanica dei terreni dell’Agro Nocerino-Sarnese. A certificare l’azione dell’uomo e lo sversamento illecito sono stati invece i pesanti superamenti riscontrati nei carotaggi profondi. Il rame ha fatto registrare picchi record, superando persino le ben più tolleranti soglie industriali e commerciali, accompagnato in profondità (tra i 12 e i 13 metri nel sondaggio) da anomalie di piombo e zinco. La presenza di idrocarburi pesanti è risultata diffusa e costante in tutti i punti di sondaggio esaminati, confermando il quadro di un’area usata per anni come ricettacolo di scarti non controllati. Sul fronte idrogeologico, la relazione Parlato ha evidenziato un dato fondamentale: durante le trivellazioni la falda acquifera sotterranea non è stata intercettata poiché siede a grande profondità, a oltre 100 metri dal piano di campagna. Una barriera naturale che ha preservato l’acqua profonda dal contatto diretto con i rifiuti lisciviati. Per completare il quadro e blindare l’analisi, il piano del geologo ha prescritto una griglia di ulteriori 6 sondaggi a carotaggio continuo per un totale di 24 campioni di terreno e un’analisi mirata sul top soil per escludere la presenza di amianto e diossine, con l’obbligo di controanalisi e validazione dei dati affidata ai laboratori Arpac. In questo momento però non viene contemplato l’amianto, che poi sarà rimosso in un secondo momento.

Il verdetto emesso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 17 dicembre 2014 (causa C-196/13) ha rappresentato per l’Italia, e di riflesso per i territori coinvolti come quello di Pagani, un vero e proprio salasso economico, ma anche la scintilla che ha portato alla svolta della gestione straordinaria. La storica sentenza del 2014 ha sanzionato l’Italia al pagamento di 40milioni di euro per la presenza di ben 200 discariche abusive o non bonificate sparse su tutto il territorio nazionale. Di queste 200 aree iniziali finite nel mirino di Bruxelles, ben 22 siti contenevano rifiuti pericolosi, richiedendo interventi prioritari di messa in sicurezza per frenare il contatore delle multe. L’anno successivo il Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente (Noe di Salerno) esegue un nuovo e drastico sopralluogo congiunto nell’area. Pochi mesi dopo il blitz estivo, la Procura di Nocera Inferiore formalizza un maxisequestro preventivo della cava. I militari del Noe appongono i sigilli giudiziari all’intero compendio: oltre 40mila metri quadrati di area di cava, inclusi tutti gli impianti di frantumazione, i macchinari per il confezionamento dei calcestruzzi e le attrezzature presenti, denunciando i titolari.Di contro, l’amministrazione guidata dall’ allora sindaco Salvatore Bottone ha rispedito al mittente le accuse, rivendicando di aver tentato di sbrogliare una matassa burocratica ereditata e di aver intrapreso, nel 2016, il viaggio-chiave a Roma presso il Ministero dell’Ambiente per dimostrare l’errore dell’Unione Europea, che considerava la discarica ancora “attiva” mentre era formalmente chiusa dal 1982 (amministrazione Bifolco).Davanti all’incapacità cronica degli enti locali di gestire le bonifiche e di fronte a una multa comunitaria che continua a crescere, il governo italiano ha decretato nel marzo 2017 il commissariamento di tutti i siti oggetto di sanzione.

È qui che entra in campo la struttura commissariale guidata dal generale Giuseppe Vadalà, nominato con poteri sostitutivi e straordinari proprio per aggirare le paludi burocratiche periferiche, aprire i cantieri e depennare uno a uno i 200 luoghi della “lista nera”. Fino all’intervento del Commissario, la sanzione standard applicata ai siti con rifiuti speciali e pericolosi non messi in sicurezza era fissata a 200mila euro a semestre per ogni singola discarica non conforme (cifra raddoppiata a 400.000 euro nei casi in cui l’Unione Europea contestasse anche l’assenza di un idoneo censimento originario dei volumi stoccati). Sebbene il pagamento materiale della multa venisse versato direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze a Bruxelles, la normativa nazionale attivava automaticamente la procedura di rivalsa finanziaria dello Stato verso gli enti locali. Per anni, le quote semestrali dovute per la Torretta sono state detratte dal Ministero dell’Interno direttamente dai trasferimenti correnti destinati al Comune di Pagani.

La Torretta è stata la più affilata arma di speculazione politica, un terreno di scontro in cui le principali coalizioni si sono rimpestate la colpa della mancata bonifica in un gioco al massacro.

È stata proprio la presa d’atto di questo quadro ambientale a imporre alla struttura commissariale guidata dal generale Giuseppe Vadalà la scelta di un intervento drastico di messa in siicurezza permanente. I lavori eseguiti sono stati imponenti: rimozione dei rifiuti superficiali accumulatisi negli anni dell’anarchia dei controlli: comprese le fibre di crisotilo, l’amianto bianco rimosso di urgenza nel 2025 e poi la riprofilatura geomorfologica della ex cava e installazione di un capping impermeabile in Hdpe (polietilene ad alta densità).

Ritornando all’amianto, le indagini sul top soil avevano infatti confermato la presenza di frammenti di cemento-amianto, accumulatisi sul terreno durante gli anni di totale assenza di vigilanza e sversamenti illeciti.I lavori di decontaminazione superficiale e bonifica dei manufatti pericolosi sono stati affidati, in data 2025, a una ditta specializzata abilitata alla manipolazione di materiali contenenti amianto in matrice friabile e compatta. Gli operatori della ditta, equipaggiati con tute protettive sigillate e sistemi di protezione delle vie respiratorie, hanno preliminarmente trattato le lastre e i detriti contenenti fibre di crisolito (amianto bianco) tramite irrorazione di liquidi incapsulanti. Questa procedura fissa le fibre nocive alla matrice cementizia, impedendo che si disperdano nell’aria durante la movimentazione.Tutto l’amianto mappato in superficie è stato rimosso, sigillato all’interno di speciali sacchi omologati (big-bags). contrassegnati con l’etichetta “A” e caricato su automezzi autorizzati. Il materiale è stato definitivamente rimosso dal territorio di Pagani e trasportato verso impianti di smaltimento finale autorizzati fuori regione, completando la bonifica dei primi centimetri di suolo prima dell’avvio della rimodellazione geomorfologica del sito.

Rifiuti ancora presenti nelle vicinanze dell’area interdetta.

Questo isolamento tecnologico serve a impedire all’acqua piovana di infiltrarsi nel cuore dei veleni mappati dal geologo Parlato, azzerando alla radice la produzione di percolato. La falda profonda, protetta dalla spessa matrice geologica, è risultata fortunatamente salva. Ma allora, perché non si può cantare vittoria del tutto? L’atto numero 2044 parla chiaro: la chiusura della bonifica è subordinata a un rigido piano di monitoraggio post-operam. La Torretta è impermeabilizzata, ma i gas sotterranei e i piezometri di controllo dovranno essere ispezionati regolarmente dall’Arpac e dal Comune per i prossimi anni. Il livello di inquinamento sotterraneo resta lì, intrappolato sotto una gabbia tecnologica che non ammette distrazioni o cali di guardia, a differenza di quanto avvenuto durante le ex amministrazioni.

Rifiuti visti da Google Maps.

La strada di via Amalfitana che conduce all’area interdetta continua a essere bersaglio di incivili che scaricano sacchetti, ingombranti e scarti edili sul ciglio della carreggiata. La Torretta è tecnicamente salva dall’infrazione Ue, ma finché quella strada rimarrà una micro-discarica a cielo aperto che meriterebbe interventi immediati di rimozione e videosorveglianza, il riscatto ambientale di Pagani resterà a metà strada.