Poche storie riescono ad avere un impatto emotivo forte con parole pacate che non intendono accendere il ricordo di una disfatta, ma ripercorrono un quotidiano ormai lontano nel tempo, che sembra narrare la routine di tante altre famiglie normali.
Eppure in quelle parole comuni si racchiude il senso di una sofferenza mai dimenticata, di una deriva brutale che permane nella memoria.
C’è un silenzio che ostacola il dolore e la prostrazione provocata dalla miseria, e consente di non indugiare sul senso di spaesamento che, altrimenti, la parola lascerebbe riaffiorare.
Elisabeth Strout in “Mi chiamo Lucy Barton”, edito da Einaudi, racconta la vicenda di una donna che costretta a letto in un ospedale per una semplice appendicite, a causa delle complicazioni post-operatorie dell’intervento, si ritrova al cospetto di un passato lontano.
L’arrivo della madre, che non vede da diversi anni, allieta la degenza ma, al contempo, libera il ricordo di una realtà taciuta.
Nei cinque giorni in cui la presenza materna riempie di un calore ricercato le giornate tutte uguali del ricovero, il racconto dei pettegolezzi che scandagliano le vite di parenti e amici, cela il corso di un’infanzia solitaria e crudele.
Nelle parole leggere che paiono intrattenere, si nasconde un’altra storia, quella vera, quella che Lucy, la protagonista, ha contenuto nel silenzio.
Un silenzio rotto, anni dopo, quando Lucy diventerà una scrittrice e sceglierà la parola all’oblio del non detto.
Ciascuno ha un’unica storia che riscrive sempre in modi differenti, questa è la caustica considerazione che un’insegnate di scrittura rivela a Lucy durante una lezione, e che contraddistingue ogni esistenza.
E questa è la storia di Lucy Barton!

