Letti per voi: “Accabadora” di Michela Murgia

Leggere Accabadora di Michela Murgia, edizioni Einaudi, è un modo per introdursi nella Sardegna che nulla ha a che vedere con quella vacanziera delle copertine patinate.

Il titolo indica la figura presente fino agli anni ’40 in alcune località di questa regione ancora poco conosciuta, il cui compito era quello di accompagnare alla morte coloro i quali, in condizioni di salute molto precarie, stentavano a morire.

Se esiste un confine tra la vita e la morte, in entrambi i casi si cercava un accompagnatore; come la levatrice aiutava a nascere, così l’accabadora aiutava a morire in un tempo, neanche troppo lontano, dove sia la luce che il buio chiedevano una compagnia.

L’accabadora del libro è una di queste figure misteriose, che si aggirvano la notte a liberare dalle sofferenze terrene vite senza futuro. A volte erano gli stessi malati a fare la richiesta, altre i parenti impietositi dal dolore dei propri congiunti.

Il termine accabadora ha un’origine incerta, forse deriva dal verbo spagnolo acabar, che significa finire, oppure dal vocabolo sardo accabaddare che assume differenti significati, ma tutti capaci di evocare il concetto di allontanamento dalla dimensione terrena, come “l’incrociare le mani ad un morto” o “mettere a cavallo” qualcuno, nel senso di farlo allontanare.

La trama del romanzo vede Bonaria Urrai prendere con sé Maria Listru, bambina di sei anni, lasciata crescere da una madre con altre bocche da sfamare e per questo destinata ad una vita di privazioni; Maria è come tutti quei bambini ceduti da famiglie non abbienti, che prendevano il nome di fillus de anima.

Che bella definizione quella di figli dell’anima per indicare figli adottivi!

Bonaria Urrai veste sempre di nero e nella sua vita c’è qualcosa che colpisce Maria sin da subito senza capirne il motivo, ma che non trova spazio nella loro routine.

Il loro rapporto durerà fino a quando la verità sull’essere accabadora non s’insinuerà e contrapporrà due modi di stare al mondo: aiutare a morire appare alla figlia un atto inammissibile, mentre per la madre appare come il gesto di umanità riconosciuta.

Il libro merita attenzione non solo per aver fatto luce su aspetti della Sardegna che ne hanno connotato la tradizione, ma anche per aver indotto a riflettere sul fatto che le certezze nella vita sono le prime ad essere messe in discussione.

Ci sono comportamenti che paiono inaccettabili e probabilmente lo sono, azioni al limite di quello che si considera lecito e, per questo, considerate improponibili ed escluse dalla gamma di opzioni tra cui scegliere.

Quando la vita pone di fronte al dubbio e le certezze crollano?

La vita sceglie i modi e i tempi per dare forma a queste domande.