L’editoriale – “La mia strada”

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Ebbene sì, dopo cinque anni di lento declino, che hanno fatto la gioia interessata di una moltitudine di studiosi provenienti da tutti il mondo, la “mia” strada era stata sistemata.

Dopo che era diventata oggetto di studio, come causa di sciami sismici perenni, ben oltre la faglia di S. Andrea in California, la “mia” strada era stata sistemata. Dopo un lustro di proteste, strepiti e articoli di giornale, di lettere, capannelli sediziosi e denunce in audio e video, era giunta l’ora del ripristino del manto stradale. E così è stato. A parte l’immancabile congestione del traffico veicolare che sembrava dovessero passare tutti proprio mentre lavoravano, a parte la polvere che ce la ritroveremo ovunque per mesi, a parte la mia “livorosa” telefonata all’autorità preposta, affinché ci si prendesse cura dei lavori, del traffico e dei malcapitati residenti: tutto a posto, la strada, di giorno è stata preparata e di notte è stata asfaltata. Al mattino era uno spettacolo: un nastro d’asfalto liscio e brillante di brina mattutina, silenzioso come un prato nel sottobosco e profumato di bitume che t’apriva i polmoni. Era sabato, non si sentiva alcun vociare, chi s’affacciava alla finestra era sorridente, chi passava a piedi sembrava volare: un sogno diventato realtà. Fino a sera, anzi fino all’una di notte, quando mio figlio rientrando e trovandomi assetato e vagante per la cucina mi fa: “Pà, ma hai visto la strada?”. L’ho guardato senza parlare, gongolando di soddisfazione per il buon lavoro notato anche da lui. “Pà, ma tu hai visto che c’è una perdita d’acqua proprio sotto casa nostra?”. Malgrado il tiepido clima primaverile, mi si è gelato il sangue nelle vene. Come uno zombie mi sono avvicinato alla porta, affacciandomi ho sperato che il ragazzo avesse avuto un’allucinazione, scendendo le scale ho bramato che il luccichio sull’asfalto fosse dovuto alla luce del lampione sulla lucida superficie. No. La perdita era tanto grande da sentirne il gorgoglio. Come in una polla d’acqua sorgiva, le bolle si gonfiavano e scoppiavano sull’asfalto. E mi sono arreso: alla sfortuna, al destino, al fato, alla scalogna, al malocchio, al vodoo, al più malefico dei sortilegi. Non ho urlato perché ero senza fiato. Ho raccolto la mia rassegnazione e sono andato a letto, canticchiando: “…e come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Grazie Faber.