L’editoriale – I Racconti di Carmine Lanzieri Battaglia

Si sa i cani abbaiano, alla luna, agli altri cani, ai gatti. Abbaiano quando hanno fame, quando vengono infastiditi, abbaiano di gioia o per solitudine, molto spesso abbaiano anche senza motivo apparente.

Quello che si sentiva da giorni echeggiare lungo la strada di casa mia però non era il latrato di un cane, era altro. Un lungo lamento che prendeva alla gola, penetrava e faceva accapponare la pelle. Per questo mi decisi ad indagare e mi avviai lungo il ciglio della via verso la fonte dei guaiti. E, non molto lontano, dove la strada curva a destra ed una ringhiera ben curata difende la proprietà privata, ho incontrato gli occhi del cane. Era chiuso in un recinto di fortuna, fatto di assi inchiodate alla buona e per copertura una lamiera contorta e recuperata chissà dove.

Quando mi ha visto per un momento si è zittito, giusto il tempo per rendersi conto che non ero chi aspettava, poi ha ripreso il suo lamento. Dalla casa di fronte, una voce ha catturato la mia attenzione: “E’ solo, il proprietario del terreno non si vede da settimane, magari ha paura del contagio e ha lasciato la povera bestia al suo destino.” Però io avevo notato sul terreno, resti di cibo e anche una ciotola piena d’acqua a metà; e la stessa voce, quasi a leggermi il pensiero: “E’ mio padre che gli porta da mangiare, sapete il nostro cane è morto l’anno scorso, così mio padre ha preso a cuore le sorti della povera bestia abbandonata, ed ogni giorno gli porta qualcosa da mangiare ed acqua fresca.” Non riuscivo a spiccicare una sola parola, tanta era la pena per l’animale abbandonato ed altrettanto era il rispetto e la considerazione per quella famiglia che se ne occupava senza alcun interesse.

Intanto lui, il cane, aveva infilato il muso tra le sbarre di ferro e leccava voracemente la mia mano; sentivo il fiato caldo ed il naso umido, sfiorarmi la pelle: forse cercava una corrispondenza tra il mio odore e quello del suo “padrone”, ma non restò soddisfatto, tanto che ricominciò a lamentarsi con quell’uggiolio che saliva dallo stomaco e prendeva alla gola. Povera bestia, tanto affezionato al suo “padrone” da sentirne la mancanza al punto da non accettare nessun altro; mentre il suo “padrone”, indifferente alla sofferenza dell’animale, se ne stava chiuso in casa.

In compagnia dei miei pensieri, me ne sono tornato verso casa, ricordando a mia volta il compagno di tante passeggiate, Bobo, morto qualche anno fa, lasciando un vuoto nella nostra casa. Quante solitudini in questo mondo e così poche occasioni per mitigarne gli effetti.
Da quel giorno, quando mi sento solo, mi avvio lungo la strada fino alla curva a destra, e li resto, con il mio naso infilato nella ringhiera, a far compagnia a “SOLO”, così ho chiamato il mio nuovo amico, prigioniero della paura altrui ma libero nei miei occhi e nei miei pensieri.