L’editoriale – I Racconti di Carmine Lanzieri Battaglia – Vorrei parlar male

Ho notato, e credo lo abbiate fatto anche voi, che spesse volte, quando viene a mancare qualcuno abbastanza noto della nostra comunità, si levano sperticanti voci a tesserne le lodi di quando era vivo; non solo professionisti della parola scritta, ma anche semplici cittadini che sentono il bisogno di ricordare le vicissitudini terrene della persona appena scomparsa.

E’ curioso rilevare che, una volta morti, si diventa tutti più buoni, anzi sembra quasi che non si sia molto distanti dal diventare santi; nessuno che si permette di usare neanche una parola di biasimo per i comportamenti di chi è scomparso, almeno alla luce del sole.

Mi viene in mente, e quindi cito, una battuta di un noto film (Codice d’Onore) che è venuto a noia ai miei figli per quante volte l’ho visto e rivisto. Nel lungometraggio, durante il processo, ad uno dei testimoni viene contestato che la sua versione dei fatti è in contrasto, con quanto scritto sui rapporti redatti sul rendimento di una persona uccisa, ed il testimone si giustifica con una battuta “Non vedo il motivo di calpestare una tomba”.

Ecco, ad Angri succede lo stesso, non si riesce a parlare “sinceramente” di una persona morta; e allora io mi sono detto: “Se non ne posso parlare male quando saranno morti vorrà dire che lo farò finché sono ancora vivi”. Almeno potranno replicare.

E quindi, vorrei parlare male… del sindaco, di come si erge a paladino difensore della sua comunità, malgrado siano passati quattro e più anni dalla sua elezione, anni spesi nel distacco più assoluto dal tessuto sociale, al punto di non aver partecipato mai a qualsiasi evento pubblico non organizzato dal comune, oggi appare a destra e a manca come “uomo solo al comando”, paladino di giustizia e magnanimo patriarca che bacchetta amorevolmente i propri cittadini, colpevoli d’incoscienza ed inconsapevoli delle conseguenze delle proprie marachelle, mentre lui, unico possessore della verità assoluta, traghetta il paese verso la salvezza, dispensando divieti e fomentando acredine tra i cittadini;

di quell’assessore che per i quattro anni di cui sopra, ha bazzicato la casa comunale, ciondolando per uffici non avendo di meglio da fare che aspettare, che cosa non si sa. Lo stesso assessore che oggi è sparito, disciolto nella generale quarantena, non appare più, manco se pregato sul sagrato di una chiesa.

Quest’assenza almeno sia di buon auspicio per una definitiva sparizione dal panorama politico locale;
di quel salumiere che ha capito tutto della vita, che non vuol essere il salvatore dell’Italia però impone leggi a suo piacimento, che non disdegna di chiedere aiuto ma che al momento opportuno non sa tutelare la propria clientela.

Lo stesso salumiere che ritiene il suo negozio, ed a ragione, di sua unica proprietà, ma non raggiunge la consapevolezza che, essendo pubblico esercizio, è sottoposto alle leggi ed ai regolamenti dello stato e non a quelli personali, scaturiti da che lato del letto ci si alzi al mattino;

di quel macellaio che sgrana gli occhi e storce la bocca se ti presenti sull’uscio del suo negozio senza mascherina, e senza mezze misure ti invita ad indossarne una, tralasciando di indossarne a sua volta, tralasciando di cambiarsi di camice ogni giorno, tralasciando di invitare la moglie, munita di mascherina a mo di “reggi mento”, a non usare gli stessi guanti toccando la merce (carne di vario taglio) ed i soldi da incassare e da rendere come eventuale resto. Ah, la “bocca storta” si nota e si vede perché lui, la mascherina, non la indossa neanche come ornamento;

di quel benzinaio che probabilmente scocciato e forse impaurito di dover essere al suo posto di lavoro, non perde occasione per “latrare” a chi passeggiando per conto suo attraversa la sua visuale, a chi osa avvicinarsi al suo self-service senza mascherina e guanti, a chi solo prova a rivolgergli la parola senza i dispositivi di protezione individuale. Lui ben informato di leggi e regolamenti, li applica come e meglio di chi lo fa per mestiere, anche se lo spazio è decisamente sporco, non si ricorda di mettere comunque a disposizione guanti e disinfettanti, oltremodo dimenticandosi di essere gentile, ché la prima regola del commercio è tutelare la propria clientela;

di quel tutore dell’ordine che, ligio al suo dovere, sanziona e punisce i trasgressori delle ordinanze, senza tenere conto delle necessità che possono aver indotto ad infrangere dette regole; senza minimamente preoccuparsi di comprendere i bisogni di chi al mattino, con abiti e mani sporche solo di lavoro, prova onestamente a guadagnare il necessario per la propria famiglia; senza mettersi nei panni di chi ha sempre subito il giogo del padrone solo perché è la necessità a comandare veramente la sua vita;

di quell’impiegato comunale che si ritrova a decidere dell’ordine con cui gestire le pratiche, continuando a farsi carico di impegni e beghe da cortile, lasciandosi trasportare e trascinare in situazioni di difficile comprensione, stilando una personale classifica delle priorità ed affossando sempre più situazioni che potrebbero essere risolte semplicemente trattandole come nel “triage” ospedaliero;

di quei giornalisti che usano le parole come cubi colorati dei bambini, articolando concetti e pensieri come torri di babele instabili e pericolanti; quelle penne di tacchino che sanno fare solo la “ruota” scalciando puerilmente per avere una visibilità testimoniata da “likes e visualizzazioni” sui social e non altrove. Di quei giornalisti che “non importa il contenuto, conta solo il titolo” piegandosi così facendo, a quelle meccaniche da “capera” che nulla lasciano alla crescita culturale e sociale, primo obiettivo di chi fa comunicazione;

di quel dirigente scolastico a sua volta “padre padrone”, che tutto quel che fa lui è ben fatto e tutto quello che fanno gli altri è scadente e poco congruo ai suoi studenti; lo stesso dirigente che riceve per appuntamento, ma solo chi se lo merita; lui, che è l’unico possessore della chiave che apre le porte alla cultura, può decidere cosa è meritevole di attenzione e partecipazione; proprio quel dirigente che consente di protocollare documenti solo dopo averli visionati e preventivamente accettati.

E mi fermo qui, perché alla fine non sono diverso da tanti altri che starnazzano e strepitano, urlano e si sbracciano, per poi quietarsi al calar della sera, stanchi e comunque insoddisfatti, intimamente convinti che a poco serve, forse a niente, mostrare il petto al presunto nemico, che poi non si è capiti e si finisce per essere considerati saccenti, pedanti e oltremodo pesanti.

Non mi resta che lasciare a voi il non trascurabile piacere di parlare di me, parlare male ovviamente, anzi peggio, purché parliate adesso, che poi, nell’altro mondo, quello della verità, magari non avremo più la bocca o le orecchie o le dita o gli occhi o niente di niente, per poter comunicare.

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