L’editoriale – I Racconti di Carmine Lanzieri Battaglia “LA PASTA E PATATE”

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È questo il periodo migliore per “scavare” le patate. In prossimità della festa di San Giovanni infatti, il saporito tubero è ormai giunto a completa maturazione, il fogliame a vista ha ormai perso di vigore e, come dicevano i nostri vecchi, ha indurito a sufficienza la buccia da poter “mantenersi” per mesi.

Le patate, stipate nelle cassette di legno in cantina, ben coperte per proteggerle dalla luna, erano un bene molto prezioso, garantivano spesso la sopravvivenza di interi nuclei familiari, insieme alle tante conserve che si sarebbero preparate durante l’opulenta estate dell’agro.
La semina della patata è un rito che ancora si tramanda nelle famiglie rurali che popolano la campagna angrese; nel tempo che fu, per la semina si utilizzavano le ultime patate rimaste dal raccolto dell’anno precedente, molto spesso ormai rinsecchite e con la buccia raggrinzita, come le facce dei vecchi saggi e petulanti.

In corrispondenza degli “occhi” delle patate, nascevano spontaneamente teneri germogli, che delicatamente venivano staccati, per procedere poi al taglio a spicchi del tubero: ogni spicchio doveva ospitare almeno un occhio, che sarebbe stato il punto di germinazione della nuova pianta, una volta interrato. Oggi si comprano patate da semina provenienti dall’Olanda, terra perfetta per la coltivazione dei tuberi e la procedura è la stessa, con il taglio ed il successivo interro degli spicchi.
Io non sono figlio di contadini, lo era mio padre che poi ha lavorato tutta la vita come operaio, per lo più nelle segherie di Angri e dei paesi vicini.

Neanche mia mamma è figlia di contadini, i suoi avevano un forno nel rione Buonconsiglio a S. Antonio Abate, ma avendo sposato mio padre, come gesto di rispetto, era usa scendere nei campi ad aiutare i miei nonni e le mie zie che contadini lo erano. Nelle grasse terre angresi cresce di tutto, con raccolti che si susseguono durante tutto l’anno, ed uno di questi è appunto la patata. Per consentire una corretta maturazione del tubero, man mano che il fogliame cresce, lo si sostiene accostando del terreno alle piante, creando cosi dei lunghi cumuli di terra che “nascondono” il raccolto ai raggi del sole e della luna che seccherebbero le patate rendendole, nel contempo, verdi ed immangiabili.

I contadini veri, sanno come scavare le patate con la zappa: ricordo mio zio “Turiello” che aveva la capacità di “estrarre” le patate e contemporaneamente, spostando il terreno con la zappa, preparava la semina o la piantumazione, di altre piantine per il raccolto successivo. L’ho visto farlo anche a settant’anni, aveva una tecnica ed un ritmo che sembrava quasi non si stancasse neanche. Ai giorni nostri, ci pensa mia sorella a piantare le patate e quant’altro riesce a sistemare nel fazzoletto di terra, toccato in eredità ai nostri genitori una volta suddivisa la proprietà dei nonni, ma scavare le patate tocca a me. L’ho fatto stamattina, di buon’ora, cioè alle cinque e mezza, sono sceso in campo (come avrebbe detto Berlusconi) e armato di secchi e cassette di plastica, mi sono messo all’opera.

Voi direte: “E la zappa?” Io non sono uno zappatore vero, sono un cosiddetto “pezzotto”, e le patate, per evitare di infilzarne troppe con la zappa, me le scavo a mano, con una procedura certo non implementata da me, ma che nel corso degli anni ho consolidato e la reputo efficace alla bisogna, specialmente perché di patate non è che ne debba scavare tonnellate. Piegato su me stesso ho prima provveduto ad estirpare quel che restava del fogliame e poi, affondando le dita tozze nel terreno vivo, in portato in superficie il frutto del lavoro di mia sorella. Ne ho tirato su un bel po’, di tutte le forme e dimensioni, riempiendo quasi tre cassette, per un peso complessivo di circa un quintale.

Ci basteranno per qualche mese, a me e mia sorella ed alle nostre famiglie, poi ne compreremo come fanno tutti, dal fruttivendolo. Saranno ottime in tanti modi, ma non vorrei fare come Bubba (celebre amico nero di Forrest Gump) e stare qui ad elencarne le ricette, voglio solo soffermarmi sul mio pranzo di oggi: pasta e patate.

Prima di rientrare in casa, ho riempito un cestino con una decina di tuberi, ancora sporchi di terra e profumati di umido e di sole; li ho sbucciati ben attento a non sprecarne la polpa bianca e soda, procedendo poi a tagliarli a dadoni piuttosto irregolari: la pentola per la cottura piena a metà di acqua, li ha accolti appena messa sul fuoco. In padella ho provveduto a soffriggere la cipolla nell’olio, per pochissimo tempo, poi ho colorato tutto con un barattolo di pomodorini, della mia marca preferita, ho coperto e benedetto il sole di agosto per il regalo che ci fa ogni anno. A metà cottura delle patate ho calato la pasta, un tubettone che usiamo chiamare “la pasta del soldato”; sembra che durante il servizio militare fosse il formato più usato, perché gonfiandosi ben bene nell’acqua di cottura, saziava più velocemente ed efficacemente, gli appetiti dei commilitoni.

A cottura ultimata, il colapasta ha provveduto ad eliminare l’acqua e nella stessa pentola, ho “mestolato” il sugo con la pasta e patate. Ma è nel piatto che si compie il vero miracolo: una tagliata di peperoncino fresco recuperato dal congelatore, una spezzettata di foglie di basilico appena colto, tenero e profumato ed il tocco da maestro: una grattugiata di pecorino romano. Non so voi, ma io ho ancora fame.

Carmine Lanzieri Battaglia                                                                                   Diritti Riservati MN24 © Copyright vietata la riproduzione anche parziale