Le pillole di storia – Accade oggi – Era il 23 luglio 1829 quando…

La storia ha inizio in una piovosa Inghilterra, il 6 gennaio 1714: la Regina Anna riconobbe a Henry Mill il brevetto numero 385 dal titolo: “Per una macchina artificiale e un metodo per imprimere o trascrivere le lettere, singole o in progressione una dietro l’altra, così da concentrare tutto lo scritto sulla carta o sulla pergamena in maniera tanto chiara e pulita da renderlo indistinguibile da un’opera stampata”.
Tuttavia il nome del brevetto è tutto quello che resta di Mills: non vi sono tracce di un prototipo, nè di una descrizione, nè di un disegno, neanche qualche informazione sullo stesso Mills.

Si dovette attendere…

William Austin Burt ricevette il 23 luglio 1829 il brevetto USA n. 5581X per l’invenzione del “tipografo” (Typographer, titolo originale del brevetto), la prima macchina per scrivere mai realizzata in America come certificato dai documenti conservati dallo United States Patent Office (la prima in assoluto invece fu probabilmente italiana, creata insieme alla carta carbone tra il 1806 e il 1808 dal garfagnino Pellegrino Turri per la contessa Carolina Fantoni da Fivizzano, ormai quasi cieca).
Burt acquisì i diritti esclusivi completi per il tipografo per 14 anni, secondo la lettera di brevetto che ricevette, firmata dal presidente Andrew Jackson.

Una scatola rettangolare di legno (12 x 12 x 18), con una leva all’estremità che abbassandosi imprimeva le lettere, minuscole e maiuscole, su un rotolo di carta posizionato attorno ad un rullo. Caratterizzata da una grande lentezza del sistema di scrittura e possedendo delle dimensioni poco comode, non riuscì a conquistare il successo sperato.

Ma ad essa vanno i ringraziamenti perché porrà le basi per la macchina per scrivere dell’italiano Giuseppe Ravizza del 1846 e dell’americano Sholes del 1867, quest’ultimo ideatore della prima macchina efficiente e idonea alla produzione commerciale. La svolta definitiva si ebbe all’inizio del XX secolo con l’introduzione delle macchine elettriche: famoso in Italia il modello Lettera 22 lanciato dalla Olivetti nel 1950 e destinato a diventare un simbolo per generazioni di scrittori e giornalisti.

Un’innovazione in bilico tra l’odio – si narra che Friederich Nietzche nel 1870 ne ricevette una per Natale da parte della madre e della sorella e che la odiò per tutta la vita – e l’amore, che inevitabilmente ha cambiato il mondo intero dell’editoria e la concezione stessa della scrittura. Ha reso possibile la ricezione di manoscritti che difficilmente sarebbero arrivati sino a noi in maniera così ordinata e ha favorito una rivoluzione socio-culturale: ha permesso alle donne di entrare e di affermarsi nella società. La macchina da scrivere e l’emancipazione femminile “Inizialmente, quando le macchine da scrivere furono  introdotte, si pose subito il problema di trovare qualcuno in grado di utilizzarle correttamente.

La scrittura a mano era di uso comune, ma i vantaggi di combinare questa abilità con la dattilografia non furono immediatamente riconosciuti. Esistevano poche scuole di dattilografia. Negli Stati Uniti d’America le prime attività didattiche furono organizzate dall’Associazione delle Giovani Cristiane, che iniziò nel 1881 con una classe di otto allieve. Solo dopo cinque anni si valuta che in America ci fossero già 60.000 ragazze dattilografe. Prima dell’invenzione della macchina da scrivere, le opportunità di carriera per le donne erano molto limitate. Le ragazze erano impiegate nei negozi, nelle fabbriche e nei lavori domestici e quelle che usufruivano del privilegio di una buona educazione potevano aspirare all’insegnamento.

Questa situazione era ovviamente il risultato di radicati pregiudizi sociali. Fu invece universalmente accettato il fatto che un numero sempre più elevato di donne entrasse nel mondo del lavoro terziario. Gli uomini professionisti erano in generale riluttanti ad abbandonare le loro abitudini. Di conseguenza non fu rara la situazione in cui i fabbricanti stessi di macchine da scrivere si facessero carico dell’introduzione delle donne all’arte della dattilografia.

Pare che nel 1890, prima di morire, Christopher Sholes abbia affermato: “Sento di aver fatto qualche cosa per le donne che hanno sempre dovuto lavorare così duramente. [La macchina da scrivere] permetterà loro di guadagnarsi da vivere più facilmente.” (spunti tratti da “Century of the typewriter”, Wilfred A. Beeching, 1974). In Italia è possibile visitare un museo della macchine da scrivere:>>> QUI

 

Antonietta Della Femina