L’almanacco dei Santi: 16 ottobre, San Gerardo

erardo Maiella, figlio di un modesto sarto di nome Domenico e di una donna del popolo di nome Benedetta Galella, nasce a Muro Lucano (PZ) il 23 aprile 1726; fu battezzato lo stesso giorno.

Ricevette l’istruzione elementare, ma dopo la morte del padre, avvenuta in data non conosciuta, ancora fanciullo, dovette imparare un mestiere per sostenere le precarie condizioni economiche della famiglia e fu accolto come apprendista sarto da un certo Martino Pannuto.

Il 5 giugno 1740, a Muro Lucano, ricevette la cresima. Poco dopo chiese allo zio materno, il cappuccino Bonaventura da Muro, di essere ammesso nel suo Ordine, ma il religioso lo sconsigliò ripetutamente, adducendo il suo precario stato di salute. Entrò quindi a servizio del vescovo Albini, noto come persona di carattere difficile, rimanendovi fino alla morte di questo, avvenuta il 25 giugno 1744.

Rimasto senza occupazione, rinnovò le sue istanze per entrare tra i cappuccini, ricevendo però nuovi dinieghi. Provò a riprendere il suo apprendistato come sarto, mestiere nel quale otteneva risultati modesti, e infine decise di mettersi in proprio. Ma la scarsa attitudine per quel genere di lavoro non gli permise di farsi una sufficiente clientela e nel 1746, sopraggiunta una difficile congiuntura economica, fu costretto a chiudere l’attività. Trovò lavoro a San Fele come guardarobiere, presso un collegio diretto dal suo concittadino Luca Malpiede.

Nel 1749 chiese di entrare tra i redentoristi, che aveva conosciuto nel corso di una missione popolare da loro predicata. I membri di questa giovane congregazione opposero alla sua domanda una serie di rifiuti, dato che Gerardo aveva fama di essere scarsamente atto ai lavori manuali e per di più, secondo l’annotazione del suo primo biografo, Gaspare Caione, “lo tenevan un uomo stupido, stante che si vedeva quasi alienato dai sensi”. Tuttavia, in seguito alle sue rinnovate insistenze, venne finalmente accolto come religioso laico e il 17 maggio 1749 entrò nel convento di Deliceto, presso Foggia. Gli vennero affidati dapprima lavori agricoli e in seguito fu trasferito alla sacrestia.

Nel 1751 entrò in contatto con le monache di Ripacandida, comunità di recente fondazione ispirata allo stile di vita delle carmelitane scalze, intrattenendo una frequente corrispondenza epistolare con la priora, Maria di Gesù, che si protrasse per diversi anni. Ciò poté avvenire anche grazie alla sostituzione del superiore, Paolo Cafaro, uomo piuttosto rigido, con Salvatore Gallo, che gli lasciò maggior libertà di movimento.

Il 16 luglio 1752, festa del Santissimo Redentore, pronunciò i voti solenni: nei conventi dove fu destinato si dedicò alle mansioni più umili senza trascurare la preghiera e la penitenza. I fedeli lo ricordano dotato del dono dei miracoli: nella sua breve esistenza i fatti prodigiosi raccontati e legati alla sua persona furono tanti e tali da meritargli in vita la fama di taumaturgo. Tra i tanti presunti miracoli si raccontano estasi, bilocazioni, scrutazione dei cuori, moltiplicazione dei viveri, guarigioni.
Innanzitutto il miracolo del mare avvenuto a Napoli: in località Pietra del pesce una folla urlante assisteva agli inutili sforzi di alcuni marinai che, nel mare in tempesta, cercavano inutilmente di salvarsi. Accorso Gerardo sul luogo, subito, fattosi il segno della croce, iniziò a camminare sul mare e, afferrata la barca “con due ditelle”, come raccontava ingenuamente lui a Materdomini ai confratelli, come se la cosa fosse normale, la trascinò a riva. Un altro miracolo degno di nota è quello relativo alla moltiplicazione delle derrate in occasione della carestia del 1754. In quell’inverno a Caposele molti erano coloro che, costretti dalla penuria di alimenti, bussavano alla porta del collegio redentorista. Gerardo, per sfamare tutti, vuotò letteralmente le dispense che, miracolosamente, si riempivano di pane e di ogni ben di Dio.

Gerardo conservò sempre la sua encomiabile umiltà e la fede nell’obbedienza alla volontà di Dio manifestata dai suoi superiori. Il suo animo umile brillò particolarmente nell’episodio della calunnia. Il fatto si verificò nell’aprile del 1754: accusato ingiustamente da una certa Nerea Caggiano di avere avuto una relazione con lei, Gerardo non replicò e rimase in silenzio per un mese, subendo pazientemente le gravi sanzioni dei suoi superiori; finalmente la Caggiano, pentita, confessò di aver detto il falso, scagionandolo. Lo stesso Sant’Alfonso, in quella occasione, ne lodò l’ammirevole pazienza mostrata nella triste vicenda. “La fede mi è vita e la vita mi è fede” e “volontà di Dio in cielo, volontà di Dio in terra”, soleva dire e, soprattutto, osservare.

Tra la fine di giugno e il novembre del 1754 dimorò a Napoli nella comunità guidata da padre Francesco Margotta. Trascorse l’inverno successivo a Caposele, presso il santuario Materdomini. Trascorse a Napoli la primavera del 1755 e nella seconda metà di maggio tornò definitivamente a Caposele, dove erano in corso lavori per ampliare la fabbrica annessa al santuario dedicato alla Madonna. Gerardo aiutò dapprima gli operai; quindi, munito di lettera del vescovo di Conza, Giuseppe Nicolai, che lo raccomandava alla benevolenza dei parroci, si dedicò alla questua in favore del santuario.

A metà agosto ebbe un’emottisi, che peraltro non era la prima manifestazione del male che lo affliggeva. I medici interpretarono erroneamente i sintomi e gli praticarono salassi. Il suo stato di salute andò aggravandosi, fino a quando, consumato dalle privazioni e dalla tubercolosi, muore il 16 ottobre 1755.

Nonostante la sua causa di beatificazione fosse iniziata tardi (ad 80 anni dalla morte) per diverse ragioni, continuo e crescente è stato nel corso dei secoli il numero di coloro che hanno invocato il patrocinio di Gerardo. Per questa fama sanctitatissempre viva e mai assopita, Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) lo dichiarò beato il 29 gennaio 1893 e San Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914) lo ha proclamato Santo l’11 dicembre 1904.