Dopo 29 anni di silenzio e indagini ferme, il cold case dell’omicidio di Nada Cella – la giovane segretaria di 24 anni uccisa il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari – ha trovato una svolta decisiva. Il 15 gennaio 2026 la Corte d’Assise di Genova ha condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato da futili motivi e crudeltà, mentre Soracco ha ricevuto 2 anni per favoreggiamento.
Dietro questa sentenza storica – la prima condanna in un cold case senza prove scientifiche dirette ma basata su una ricostruzione indiziaria rigorosa – c’è il lavoro ostinato di una donna: la criminologa barese Antonella Delfino Pesce. La sua tesi per un master in Criminologia e Scienze psicoforensi all’Università di Genova è diventata il grimaldello che ha riaperto il fascicolo, portando alla luce un dettaglio dimenticato per decenni: il verbale sui bottoni trovati a casa di Cecere.
Chi è Antonella Delfino Pesce: da Bari alla genetica forense
Nata e cresciuta a Bari, Antonella Delfino Pesce proviene da una famiglia di accademici: entrambi i genitori erano professori di anatomia patologica all’Università di Bari. Il padre, Vittorio, diede un contributo decisivo negli anni ’70 al caso delle tre bambine uccise a Marsala, analizzando i materiali che avvolgevano i corpi.
La sua formazione è eclettica e scientifica:
- Laurea in Medicina Veterinaria (con passione per l’ippica e gli animali, da cui il soprannome ironico “la veterinaria” in alcuni ambienti).
- Laurea in Psicologia.
- Approdo alla genetica forense e alla criminologia, con un master in Criminologia e Scienze psicoforensi all’Università di Genova.
Oggi lavora all’Università Aldo Moro di Bari e all’Università Bona Sforza, occupandosi di biologia molecolare applicata al forense. Il suo approccio è “artigianale”: pazienza, rilettura minuziosa degli atti, ricostruzione cronologica e attenzione ai dettagli trascurati.
Il caso Nada Cella: l’intuizione del 2018 e il “grimaldello” dei bottoni
Nel 2018, durante il master a Genova, Delfino Pesce sceglie come tesi proprio il delitto di Nada Cella – un caso che sembrava destinato all’oblio. Non per ambizione mediatica, ma per sfida personale: «Anche se non si arriva a niente, io lo voglio fare lo stesso».
Incontra Silvana Smaniotto, la mamma di Nada (oggi 85enne), e inizia a studiare migliaia di pagine di fascicoli. L’intuizione decisiva arriva da un verbale sepolto negli archivi dei Carabinieri: nel 1996, durante una perquisizione a casa di Anna Lucia Cecere (all’epoca indagata per pochi giorni e poi archiviata), erano stati trovati cinque bottoni molto particolari, compatibili con uno rinvenuto sotto il corpo di Nada.
Quel verbale non era mai stato trasmesso alla polizia giudiziaria né inserito pienamente nelle indagini. «Ho pensato: è possibile che ci sia capitata una fortuna del genere?», racconta Delfino Pesce. «Quel dettaglio è stato il grimaldello che ha permesso di riaprire il caso».
Nel 2021, grazie al suo lavoro e alla collaborazione con l’avvocata Sabrina Franzone (parte civile per la famiglia), la Procura di Genova riapre le indagini. Emergono nuovi elementi: testimonianze su Cecere vista agitata e con la mano sporca di sangue il mattino del delitto, gelosia professionale e sentimentale verso Nada (Cecere era innamorata di Soracco e voleva il suo posto), e una telefonata dimenticata tra Cecere e Soracco.
Il legame con Silvana Smaniotto e l’emozione della sentenza
Il rapporto con Silvana è diventato profondo e reciproco. Delfino Pesce era con lei a Chiavari il 15 gennaio 2026, quando è arrivata la sentenza: «È stata una deflagrazione. Preparavo Silvana a un esito negativo… poi è stata una bomba emotiva». Silvana ha ripreso «10 anni di vita», dice la criminologa, che si dice «riconoscente» a lei per la dignità e la tenacia dimostrate in 30 anni.
Delfino Pesce ammette anche paura: «Un po’ di paura ce l’ho, ancora di più adesso», riferendosi a Cecere (che nel 2019 la minacciò con vocali e nel 2021 la contattò senza risposta). Ma resta prudente: «La mia conoscenza di Cecere è limitata a quei giorni. Spero resti limitata».
Un metodo che apre a nuovi cold case
Il caso Nada Cella è un precedente: condanna senza DNA diretto, ma con rivalutazione degli atti, movente e indizi concatenati. Delfino Pesce ha già presentato relazioni su altri due casi vecchi e insoluti (non rivelati), sperando in procure «volitive» come quella di Genova. Dopo la notorietà, le richieste da famiglie di vittime si sono moltiplicate: «Spero questa storia sia una speranza per chi aspetta ancora una risposta dallo Stato. Non è mai detta l’ultima».
Ora si attende il deposito delle motivazioni e il probabile appello. Ma per Silvana Smaniotto e per chi ha creduto nella tenacia di una criminologa barese con background scientifico, la luce dopo 29 anni di buio è finalmente arrivata.
Antonella Delfino Pesce non ha “risolto” il caso da sola, ma ha dimostrato che, con pazienza e rigore, anche i cold case più freddi possono tornare a bruciare.

