GIORNO DELLA MEMORIA – Palatucci destinato agli altari, è il momento di mettere da parte ogni riserva

Giovanni Paolo Il lo ha annoverato tra i martiri del XX secolo. Certamente Giovanni Palatucci, nato a Montella il 31 maggio 1909, ha testimoniato la sua fede Fino all’estremo sacrificio. A Fiume, prima come responsabile dell’Ufficio stranieri, poi come questore, dal ’39 al ’44 riesce a strappare circa cinquemila ebrei ai campi di sterminio, Alla fine, pur potendosi mettere in salvo, continua la sua opera. Arrestato dai nazisti, muore nei febbraio del 1945 nel lager di Dachau, a soli 36 anni. In una lettera ai genitori dice: «Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare». Nel 1990 lo Yad Vashem lo insignisce dei titolo di «Giusto tra le nazioni». Papà lo vorrebbe avvocato, ma lui, pur laureandosi in giurisprudenza, non se la sente di esercitare, perché “mi è impossibile domandare soldi a chi ha bisogno del mio patrocinio per avere giustizia”. Da Avellino viene a Moncalieri a fare il militare e nel 1936 entra in polizia, assegnato alla questura di Genova. Però vi resta poco, per colpa del suo parlare schietto e della sua dirittura morale, che lo hanno portato a pubblicamente denunciare l’eccessiva burocratizzazione degli uffici e l’inerzia di alcuni colleghi. Il regime non dimostra di gradire la critica, anche se saggia e indirizzata ad un miglioramento del servizio, e così il coraggioso vice commissario viene mandato al “confine” nel senso letterale del termine, relegandolo  a Fiume, città istriana ai confini orientali della Penisola. Qui si vede affidare la responsabilità dell’Ufficio stranieri e, forse per la prima volta, un allontanamento punitivo diventa una provvidenza per tanti. Il giovane funzionario si trova immerso nella variegata umanità che transita in questo crocevia etnico-religioso e che lui accosta con gentilezza, disponibilità e infinita carità. Non sono soltanto doti umane, le sue, o meglio sono qualità congenite maturate alla luce del Vangelo e che cerca di incarnare nella vita di ogni giorno. Al confine italiano, però, premono soprattutto gli ebrei, già perseguitati dalle leggi razziali in vigore nei territori iugoslavi occupati dai nazisti e che guardano all’Italia come ad una via di salvezza. Che tale, però, non è più, quando anche in Italia vengono introdotte le leggi razziali, ed è precisamente a questo punto che la coscienza del vicequestore ha uno scatto di ribellione: “Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano”, e subito dimostra di saper dare precedenza alla legge di Dio piuttosto che alle disposizioni degli uomini.  Approfittando del suo ruolo chiave in questura, usa la sua fantasia, le sue capacità e le sue conoscenze per salvare dalla deportazione gli ebrei in transito per Fiume: li smista nei campi profughi dell’Italia meridionale, già in mano agli Alleati; li dirotta nella diocesi di Campagna (Salerno), di cui suo zio è vescovo e che, di fatto, diventa il suo più valido collaboratore in quest’opera umanitaria; li sostiene, li sfama e li riveste, fornendo loro documenti falsi o cercando di occultarli in istituti religiosi o presso famiglie amiche. È una ciclopica attività di salvataggio di vite ormai destinate alle camere a gas, per la quale si fida di pochissimi collaboratori, anche se, in realtà, di bocca in bocca gli ebrei si passano la notizia di quel poliziotto tutto carità, che li attende a Fiume per dare loro un mano. Ben cosciente dei pericoli cui va incontro e consapevole che prima o poi, come Cristo, la sua strada incrocerà quella del “suo” Giuda, riesce a salvare, secondo stime approssimative, cinquemila ebrei prima dell’8 settembre 1943, almeno un migliaio dopo. La sua diventa una lucida e appassionata difesa della vita umana, in nome della fede professata apertamente; e per questa, che considera la sua missione, sacrifica qualsiasi progetto di farsi una famiglia, la sua sicurezza personale e anche la possibilità di mettersi in salvo. Mentre tutti, anche il questore, abbandonano Fiume in mano ai nazisti, lui resta al suo posto; non accetta una promozione a Caserta; non varca il confine della Svizzera, come gli sta proponendo l’amico console, perché è cosciente che solo restando dietro la sua scrivania gli sarà possibile salvare altre vite umane. I nazisti, ormai sicuri del suo tradimento, vengono ad arrestarlo e, in base ai documenti trovatigli in casa, lo accusano di intelligenza con il nemico. Condannato a morte, si vede commutare la pena capitale con l’internamento a Dachau, dove arriva a fine ottobre 1944. Quattro mesi dopo, il 10 febbraio, vi muore, a 36 anni, stroncato dalle sevizie, dalla mancanza di cibo e forse dal tifo. Proclamato “Giusto fra le Nazioni” e insignito con varie decorazioni alla memoria in Israele e in Italia, il poliziotto Giovanni Palatucci, “ultimo questore” di Fiume italiana, nel 2004 i è conclusa la fase diocesana del processo di canonizzazione ed è stato proclamato Servo di Dio. Un giorno, non lontano, sarà Santo. C’è chi si è mosso in direzione opposta. Michael Day, giornalista per il quotidiano The Independent, si è chiesto come Palatucci abbia potuto aiutare più di 5.000 ebrei a fuggire da una regione in cui la popolazione ebraica era grande la metà.Anna Pizzuti, curatrice del database degli ebrei stranieri internati in Italia, ha sostenuto al Corriere della Sera che è impossibile che Palatucci abbia inviato “migliaia di ebrei nel campo di internamento di Campagna dove sarebbero stati protetti dal Vescovo Giuseppe Maria Palatucci”, perché “quaranta in tutto sono i fiumani internati a Campagna. In favore di Palatucci nel giugno 2013 decise di testimoniare l’anziana Renata Conforty i cui genitori furono tratti in salvo proprio dal questore di Fiume. Dopo un lungo silenzio anche il Vaticano, ha pubblicato un lungo articolo della storica Anna Foa in cui riabilita Palatucci auspicando “che qualcuno smetta di tacere  sulle numerose testimonianze di salvataggi individuali rilasciate dagli stessi ebrei che furono salvati e sul fatto che la mancanza di documentazione scritta è da ascrivere proprio al fatto che le operazioni attuate da Palatucci fossero necessariamente segrete.”Aspettano la velocizzazione dell’iter vaticano Montella, Campagna ma anche a Cava, dove è stato vescovo un cugino del poliziotto-eroe,  mons. Ferdinando Palatucci.