La Riflessione – Barbie e le nostre disabilità

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Quante generazioni sono cresciute giocando con la bambola Barbie, in tutto diversa dalle antiquate sorelle di porcellana e di pezza delle generazioni precedenti.

Barbie era un’icona di stile della Mattel: bella, sorridente, in forma perfetta, con a disposizione un guardaroba straordinario per soddisfare la più esigente delle modaiole; a sua disposizione ville, case a più piani, biciclette, motorini e vespe, spider di lusso, roulotte per viaggiare, piscine da sogno in cui immergersi.

Le prime Barbie erano tutte bionde, fino a quando la casa produttrice, attenta a cogliere i segnali di una società in cambiamento, che iniziava a chiedere il perché della produzione di Barbie sempre rigorosamente bianche e bionde, immise sul mercato la prima Barbie mulatta.

La preferita dalle bambine e forse anche dalle mamme, tra le Barbie, è sempre stata la bambola bionda in tutte le versioni proposte.

Alla Barbie esperta di stile, si è affiancata la mamma con prole al seguito, che ha ceduto il passo alla Barbie emancipata che esercitava la professione sanitaria, nelle forze dell’ordine, nel settore privato.

Sono comparse successivamente nuove figure: sorelle, cugine, e nel 1997 Becky, l’amica sulla sedia a rotelle cui era impedito l’accesso nella casa e nella macchina a causa delle barriere architettoniche.

La Mattel ha creato da sessant’anni non semplicemente una bambola con cui giocare, quanto uno stile di vita da sognare e da raggiungere, incarnando uno stereotipo di bellezza.

A giugno di quest’anno sempre la Mattel ha commercializzato, per ora solo negli Usa, la Barbie sulla sedia a rotelle e con la protesi, anche nella versione di colore, con in dotazione la rampa di accesso ai siti desiderati, per sostenere l’inclusione sociale e offrire ai portatori di disabilità modelli ludici di riferimento.

Nel 2016 la casa produttrice della famosa bambola, aveva lanciato la linea Fashionistas che include 4 tipi di silhouette, 7 tonalità di carnagione, 22 colori degli occhi e 24 diverse pettinature, per cercare di tacitare le critiche di chi vedeva nelle caratteristiche delle prime Barbie il messaggio silente che spingeva verso un prototipo estetico unico, e distante dai modelli quotidiani.

Le reazioni all’operazione commerciale si ripartiscono tra i sostenitori dell’iniziativa che vedono in essa l’opportunità di creare modelli alternativi a quelli solitamente presentati, per educare i più al riconoscimento delle diversità; e gli scettici che non ravvisano nella scelta una concreta opzione che sensibilizzi al tema.

Chi ha ragione? Sicuramente l’aver ideato un giocattolo che mostri la disabilità e la presenti come una realtà possibile tra le altre altrettanto plausibili, ha una valenza positiva indiscutibile.

È di questi giorni, in occasione della mostra del cinema di Venezia, la foto di Giusy Versace, atleta paralimpica, che sul red carpet sfoggia con disinvoltura delle ricercate protesi che le permettono di indossare delle scarpe con tacchi a spillo vertiginosi e seducenti. Chapeau!

Ciò che forse risulta meno evidente è la delega educativa a cui gli adulti, sempre più frequentemente, ricorrono.

I messaggi valoriali sembrano essere appannaggio di pubblicità commerciali, come se non si riuscisse più a tramandare, attraverso l’educazione familiare, il rispetto per chi risulta portatore di una diversità, qualunque essa sia.

Quante sono le offese e le disattenzioni che ancora oggi i ragazzi con qualche disabilità, sono costretti a subire? E quanti gli adulti che mostrano indifferenza nei riguardi di episodi che andrebbero approfonditi nelle serate casalinghe con i propri figli, per consolidare quella sensibilità che andrebbe rivolta all’altro?

Siamo gli adulti cresciuti con quelle bambole perfette che hanno trasformato lo sguardo su quanto ci circonda e su chi ci circonda, e forse quelle Barbie portatrici di disabilità, sono per noi.