La Preside: arrestata Giusy Giugliano, la bidella stalker
C’è una storia che, più di altre, spiega come l’Italia reagisce quando scuola, disagio sociale e spettacolarizzazione si incontrano. Una storia che non riguarda solo un’aula di tribunale, ma un Paese intero. Al centro c’è la preside di Caivano, Eugenia Carfora. Intorno, una collaboratrice scolastica diventata personaggio mediatico, Giuseppina Giugliano. In mezzo, un processo penale, uno civile, i social, la fiction Rai, la cronaca nera che diventa intrattenimento. E una domanda che resta sospesa: quando tutto questo smette di essere una vicenda giudiziaria e diventa un racconto collettivo fuori controllo?
La preside di Caivano e il confine sottile tra scuola e piazza digitale
La preside Eugenia Carfora non è un nome qualsiasi. Da anni è associata all’idea di riscatto, legalità, presenza dello Stato in uno dei territori più difficili della Campania. La sua figura è diventata simbolica, tanto da essere trasposta in una fiction Rai interpretata da Luisa Ranieri. Ma la realtà, come spesso accade, ha superato la sceneggiatura.
Nel 2023 la preside finisce al centro di una tempesta mediatica che parte dai social e arriva nelle aule giudiziarie. Non per una scelta educativa, non per un provvedimento disciplinare, ma per una sequenza ossessiva di messaggi ricevuti online. Un flusso continuo, reiterato, che secondo l’accusa supera la soglia del dissenso e diventa persecuzione.
La scuola, in questo caso, non è più un edificio. È uno schermo.
La preside e Giusy Giugliano: quando la microstoria diventa caso nazionale
Giuseppina Giugliano non era una sconosciuta. Era già diventata un caso mediatico prima ancora dell’inchiesta. Collaboratrice scolastica, aveva raccontato pubblicamente la sua scelta estrema: viaggiare ogni giorno da Napoli a Milano per lavorare al liceo Boccioni, perché non poteva permettersi di vivere stabilmente nel capoluogo lombardo.
Una storia potente, emotiva, perfetta per i social. Il lavoro precario. I sacrifici. I treni all’alba. L’Italia che resiste. L’opinione pubblica si divide, si commuove, prende posizione. Poi la parabola cambia direzione.
Quando Giugliano inizia a tempestare di messaggi social la preside di Caivano, il racconto si incrina. Non è più solo la storia di una lavoratrice in difficoltà. Diventa un’altra cosa. Più scomoda. Più ambigua.
La preside sotto assedio e l’intervento della magistratura
La notizia, resa pubblica da Fanpage.it, segna uno spartiacque. Su richiesta della procura di Napoli Nord, nell’ottobre scorso viene emesso un arresto. Giuseppina Giugliano era già ai domiciliari, ma le reiterate violazioni del divieto di comunicazione via social portano a un trasferimento in carcere, a Secondigliano.
È un passaggio che pesa come un macigno. Perché segna il punto in cui la vicenda smette di essere solo mediatica e diventa giudiziaria in senso pieno. La preside non è più solo un personaggio pubblico. È una persona tutelata da un provvedimento restrittivo.
Giugliano resta in carcere poco meno di due mesi, poi viene scarcerata dal Riesame. Ma il processo va avanti. La fase dibattimentale del primo grado è in corso. La prossima udienza è fissata per il 23 febbraio. La difesa è affidata all’avvocato Corrado Coppola.
Processo penale e causa civile
Come spesso accade nelle storie complesse, il procedimento penale non è l’unico fronte. Giuseppina Giugliano è coinvolta anche in un giudizio civile, già al secondo grado. Al centro c’è un licenziamento determinato da una assenza prolungata dal lavoro. In questa sede è difesa dall’avvocato Veronica Ascolese.
Due processi. Due piani diversi. Ma un’unica narrazione pubblica che tende a confondere tutto. La preside, ancora una volta, diventa il punto di convergenza di tensioni che vanno ben oltre la sua funzione.
La preside come figura pubblica che non può più sottrarsi
In questa storia c’è un elemento che ritorna ossessivamente: la trasformazione della preside in figura pubblica permanente. Non importa che lo voglia o meno. Non importa che il suo ruolo sia educativo. Quando una preside diventa simbolo, ogni gesto viene letto politicamente, emotivamente, ideologicamente.
Nel caso di Caivano, questa esposizione è amplificata dalla fiction Rai. Il confine tra personaggio e persona si assottiglia. Chi scrive sui social non distingue più. Si rivolge a un’icona, non a una dirigente scolastica reale, con limiti, diritti, tutele.
È qui che il corto circuito si compie.
I social diventano prova
Uno degli aspetti più inquietanti di questa vicenda è il ruolo del linguaggio. I messaggi social, che per anni sono stati considerati sfogo, opinione, rumore di fondo, diventano atti giuridicamente rilevanti. Non per quello che esprimono, ma per la loro reiterazione, per l’insistenza, per l’effetto prodotto.
La preside non viene aggredita fisicamente. Ma viene raggiunta ovunque. Sul telefono. Sullo schermo. Nello spazio che dovrebbe essere privato. È una forma di presenza forzata che la giustizia decide di fermare. Questo segna un precedente culturale prima ancora che legale.
La preside come specchio di un Paese che non sa più dove fermarsi
La storia di la preside di Caivano non è isolata. È un sintomo. Racconta un’Italia che fatica a gestire il dissenso, che confonde il diritto di parola con il diritto di insistere, che trasforma ogni vicenda in una serie a episodi. In questo scenario, la preside diventa una figura scomoda. Perché rappresenta un limite. Un no. Una regola. E i limiti, oggi, generano reazioni violente, anche quando sono solo verbali.
Nessun vincitore
C’è un dettaglio che colpisce più di tutti. Alla fine di questa storia, nessuno esce vincitore. Non la preside, che continua a vivere sotto una pressione costante. Non Giuseppina Giugliano, che affronta due processi e una reputazione spezzata. Non l’opinione pubblica, che ha consumato la vicenda come contenuto. Resta una sensazione di vuoto. E una consapevolezza nuova. La scuola non è più un luogo protetto. La preside non è più solo una dirigente. È un bersaglio possibile. Un simbolo fragile. Un confine che può essere attraversato.
E forse il vero processo, quello che ancora non è iniziato, è proprio questo. Il processo a un Paese che ha smesso di distinguere tra racconto e realtà.

