La “paranza dei bambini ama la morte come i jihadisti”

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Napoli. La “paranza dei bambini ama la morte come i jihadisti”. Eccole le motivazioni del giudice Nicola Quatrano, nella sentenza che il 15 giugno sono state inflitte 43 condanne con pena dai 14 ai 20 di reclusione per i nuovi boss della camorra napoletana. In poche parole, il nuovo volto della criminalità organizzata che vede ai vertici del potere giovani esponenti imparentati con boss del centro storico della città partenopea. Efficienza e capacità sono i valori in cui credono i nuovi rampolli che da mesi, ormai, insanguinano le strade napoletane e seminano terrore. “La mission della nuova organizzazione – si legge nella sentenza – era l’estromissione dei Mazzarella dai quartieri del centro antico e la restituzione delle attività illecite alle famiglie locali”. Un ricambio generazionale o un’inversione di rotta. Un nuovo modo di concepire l’organizzazione del potere. Il cambiamento odora di giovinezza e si avverte già dallo stile che hanno adottato. “Perfino il look – evidenzia Quatrano – si distingue da quello del classico camorrista, e assomiglia piuttosto ai modelli che i media sociali hanno reso virali in tutte le periferie del globo. Quelli, per intenderci, delle gang giovanili o dei cartelli sudamericani della droga”.

Modelli e stili di comportamento che a loro volta, come viene evidenziato, hanno preso qualcosa anche dall’emergere impetuoso dell’estremismo islamico, “sebbene si tratti di una influenza che si è manifestata nell’aspetto esteriore e non certo sul terreno dell’ideologia e della religione. Frutto anche questo probabilmente – osserva il gup – del lavoro dei media sociali, seppure non possa forse escludersi un qualche filo più sottile ed esistenziale che lega i giovani che scorrono in armi nelle vie del centro storico di Napoli (le cosiddette ‘stese’) per uccidere e farsi uccidere”. Come “i militanti del jihad, entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l’unica chance per dare un senso alla propria vita e per vivere in eterno”. Tramandare il loro ricordo dopo la morte. Un codice etico legato ad una forma di onore. A tal proposito, il giudice ricorda l’uccisione del baby boss 19enne, Emanuele Sibilio, colpito alla schiena da una pallottola. ”Egli – si legge nelle motivazioni – è oggi come l’eroe eterno dei vicoli e delle stradine del centro cittadino, venerato quasi come San Gennaro, sull’altare che la famiglia ha eretto a sua memoria nell’androne del palazzo dove abitava. Una chiosa finale, il giudice la riserva poi allo stravolgersi del fenomeno stesso della “paranza”: “La ragione principale tuttavia – afferma il giudice – del fallimento risiede però nell’efferatezza del loro modo di fare, nel loro rincorrere a gesti sanguinari e violenti che li ha resi invisi, in primo luogo, agli abitanti dei loro stessi quartieri, allarmati e spaventati da questa nuova generazione di ‘guappi’, violenti e talvolta drogati”.

Ha collaborato Nicola Sorrentino