La fotografia testimone nella Grande Depressione del 1929

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Ieri sera, nei locali della Biblioteca Comunale di Nocera Inferiore il secondo appuntamento su “La fotografia documentaria”, curato da Rosario Petrosino, Direttore del Museo didattico della fotografia.

Le melodie affidate ai giovani talenti del Liceo Musicale “Galizia”, accompagnati dal Professore Balestrazzi ( Giusi Falciani, clarinetto; Elena Toscano, pianista, Michela Granato,  flautista; Vittorio Civale, pianista; Ersilia Verdino, flautista ) hanno contribuito ad allietare l’incontro.

La vivace platea ha assistito alla ricostruzione del ruolo che la fotografia ha avuto nel periodo della Grande Depressione in America.

L’anno 1929 è ricordato per il venerdì nero che colpì la borsa di Wall Street, e segnò l’inizio della crisi economica che mise in ginocchio il settore agricolo e sul lastrico i numerosi contadini che lavoravano i terreni, indebitatesi con le banche a cui  avevano chiesto ingenti prestiti per migliorare la produzione terriera.

A questa situazione, si aggiunsero prima, la siccità negli anni ’30 che contribuì a desertificare intere zone precedentemente coltivate, e poi, le alluvioni che peggiorarono la situazione di tutti i mezzadri dediti all’agricoltura.

Il Presidente Roosevelt, nell’ambito del programma delle riforme sociali (New Deal), affidò agli organi governativi il compito di analizzare la situazione per poi promuovere interventi mirati. Nacque così, la FSA (Farm Security Administration) con l’obiettivo di contrastare le forme di povertà emerse, tra cui quella rurale. A capo fu designato Roy Stryker, economista e fotografo statunitense, promotore del movimento della fotografia documentaria  della FSA.

Striker sulla scia di Riis e Hine, per i quali l’immagine fotografica aveva intensificato il valore delle parole utilizzate per denunciare le situazioni di miseria nella quale versavano gli immigrati, si avvalse dell’opera di fotografi professionisti per documentare lo stato delle cose.

Tra questi Walter Evans ( 1903 – 1975 ) che viaggiò per tutto il paese raccogliendo le immagini che qualcuno definì “carezze fatte al mondo” per la delicatezza dell’uso della macchina fotografica che usava la fotocamera di grande formato, anche se l’avvento della Leica ( 1925 ) era già avvenuto offrendo nuove  potenzialità, ma ritenuta meno adatta a evidenziare i particolari.

La sensibilità di Evans gli permise di ritrarre l’indigenza e la sofferenza senza mai ledere la dignità dei poveri contadini; a volte i protagonisti non erano ripresi nelle foto e il solo scatto dell’ambiente nel quale erano costretti a vivere con le proprie famiglie, era reso dalla particolare inquadratura o dal taglio dell’immagine in fase di stampa.

Questo approccio fu successivamente  ripreso dai giovani fotografi italiani, appartenenti alla corrente neorealista.

Anche Dorothea Lange ( 1895 -1965 ) fu una fotografa documentaria in quel triste periodo; lo scatto del 1936, intitolato “Madre Migrante” divenne l’icona della Grande Depressione.

La foto ritraeva una madre di 32 anni con i suoi tre bambini e sembrava ricondurre all’iconografia religiosa, rievocando l’immagine di una Madonna dolente: lo sguardo deciso raccontava la volontà di andare avanti seppure nelle difficoltà, e catturava l’attenzione di chi osservava, distogliendo l’attenzione dai bambini che si nascondevano dietro al corpo stanco ma non disfatto.

Nel 1938 un altro scatto della Lange,  virgolettato“ Cacciati dal trattore”, raccontava la riduzione del personale agricolo per l’avvento dei nuovi mezzi utilizzati in agricoltura in sostituzione delle braccia umane.

Ancora la foto nel 1932 “Next Time The Train” proponeva due individui, ritratti di spalle e con l’unica valigia a testimoniare gli oggetti posseduti, lungo una strada sterrata, intenti ad abbandonare un luogo che non poteva più offrire nulla; sul lato trionfava un cartello che pareva beffarli perché suggeriva l’uso del treno per viaggiare in completo relax.

Le immagini erano caratterizzate dalla presenza di linee prospettiche che indicavano la sorte dei personaggi ritratti, pur non mostrando il posto dove erano diretti.

Le foto testimoniavano con un linguaggio nuovo la realtà sociale del momento, le immagini pur rimandando alla verità della situazione erano riprese pensando a ciò che si voleva comunicare; la scelta di inquadrare l’oggetto o il soggetto in un dato modo era chiaramente legato allo specifico contenuto narrativo che si voleva evidenziare.

A tale scopo, proprio la Lange provvedeva autonomamente, in fase di sviluppo, a scegliere la prospettiva che meglio si prestava al fine che intendeva perseguire.

Da qui il fascino e il mistero della fotografia che diventa l’archivio della memoria di un’epoca che altrimenti vivrebbe solo nelle parole, eppure l’immagine ha una carica emotiva imprescindibile che lo scritto non è sempre in grado di proporre.

A tale proposito, Beaumont Newhall autore di “Storia della Fotografia”, affermava: “ L’autenticità che caratterizza la fotografia le conferisce un valore particolare come testimonianza, come prova, quindi diventa “documento”…”.