Per l’apicoltura il 2016 sarà un “annus horribilis”, il peggiore degli ultimi 35 anni dal punto di vista del raccolto. A livello nazionale il crollo della produzione sfiora il -70% rispetto all’anno scorso a causa di due fenomeni che rischiano di diventare irreversibili calamità: i cambiamenti climatici e l’uso sfrenato di pesticidi in agricoltura, senza considerare che il fenomeno è ormai esteso in tutta l’Europa. Sono i numeri a rendere meglio l’idea della crisi: ad esempio il miele di acacia bio, la varietà maggiormente colpita, passa dalle 437 tonnellate prodotte nel 2015 alle 184 di quest’anno, il miele di acacia convenzionale precipita da 266 a 91, nonostante il costante aumento degli alveari messi a produzione. Di conseguenza l’Italia dovrà importare miele da Ungheria, Romania e Cina in quantità superiori a quello prodotto sul territorio nazionale. Leggere con attenzione l’etichetta potrebbe servire a ben poco, perchè il miele d’importazione viene adoperato come ingrediente nelle catene dell’industria dolciaria e in questo caso non è necessario specificare al consumatore quale sia la provenienza. E dalla Cina arriverà miele realizzato con pollini geneticamente modificati, mentre in Italia non sono ammesse coltivazioni Ogm.
La produzione in Campania e provincia di Salerno – La Campania rappresenta circa il 10% della produzione nazionale di miele con circa 1 milione di kg all’anno e un valore stimato in 7/8 milioni di euro (stima Assessorato Agricoltura Regione Campania). A guidare le province produttrici di miele è Benevento con circa il 24%, seguita a ruota da Avellino con il 23%, poi Napoli con il 20%, Salerno con il 17% e Caserta con il 16%. La produzione media stimata di miele in Campania per l’anno 2015 si è attestata sui 20-25 kg per alveare e la maggior parte del miele prodotto, circa due terzi della produzione, è di tipo millefiori.
“Avellino ha il 23% della produzione totale di miele campano, con le aziende che sono più diffuse nell’area dell’Ufita e nei comuni di Calitri e Ariano Irpino che hanno una forte tradizione in questo settore – ci spiega Coldiretti Salerno -. Per quel che riguarda la produzione di miele si nota che, oltre al classico millefiori, prevale quello monoflora (oltre il 65% del totale), tra questi quello di sulla, castagno, acacia e, grazie al nomadismo, quello di arancio. Viene prodotto, in quantità modeste, anche il miele di tiglio e quello di ciliegio. Salerno ha il 17% della produzione totale di miele regionale, con le aziende che sono più diffuse nelle aree del Mingardo, Bussento e Alto-medio Sele. Esaminando le produzioni dell’attività̀ apistica, si registra una produzione totale di miele del 57% rappresentato da millefiori e la restante parte da monoflora, in particolare castagno e agrumi. La destinazione della produzione commercializzata in provincia di Salerno è, per la maggior parte, il mercato locale”.
La crisi dell’apicoltura nel Salernitano – Il nostro territorio non esce indenne dal crollo della produzione sebbene con valori leggermente inferiori alla media. “Rispetto all’anno scorso abbiamo un calo del 40-45%”, dichiara Giuseppe Cefalo, presidente dell’Associazione Apicoltori Campania, ai microfoni di MN24.it. “La prima causa sono le condizioni climatiche, l’estremizzazione delle stagioni, i ritorni di freddo… questo danneggia sia la fioritura sia le api durante la raccolta. Poi c’è il problema più diffuso dei veleni immessi in agricoltura, malattie classiche che diventano più aggressive, fattori di stress per la covata e altri fattori”. Anche in Campania è il miele di acacia ad essere il più penalizzato insieme a quello di sulla e di millefiori, con notevoli ripercussioni sul reddito delle aziende apistiche che possono ancora stringere i denti: “Il profitto è sicuramente in diminuzione, penso che almeno per qualche anno dal punto di vista dell’impiego riusciamo ad attenuare questa perdita di reddito perché con le api si possono fare tante cose (pappa reale, polline, propoli, ecc.) e si può diversificare la forma di reddito – ha sottolineato Giuseppe Cefalo -. Ovviamente se questa crisi dovesse durare alcuni anni ci saranno ripercussioni sui posti di lavoro”.
A complicare ulteriormente la situazione degli apicoltori è il cosiddetto verme delle mele che attacca il frutto delle pomacee, come spiega Luigi Caiazzo, perito agrario della Rivendita Agraria Russo e Caiazzo di Pagani (ex Consorzio). E’ l’insetto più temuto sugli alberi di melo, pero, cotogno, noce e altri, tanto da riuscire a danneggiare un’intera produzione fruttifera con conseguenti ripercussioni sul lavoro operaio delle api.
I ‘piccoli’ produttori di miele nostrano confermano l’annus horribilis. Angela Ronca e suo marito hanno iniziato diversi anni fa questo lavoro per amore delle api acquistando quattro alveari, ora ne possiedono oltre 400 e gestiscono la nota azienda ‘La Bottega delle Api” a Cava de’ Tirreni, in località San Giuseppe al Pozzo. “Abbiamo registrato un calo esagerato fino al 40%, soprattutto in alta montagna, a causa della siccità, perché è una zona incontaminata. Purtroppo le condizioni climatiche non hanno permesso che fiorisse la lavanda, quindi le api hanno bottinato pochissimo ed è stato raccolto la metà. Non ci saranno ripercussioni sui prezzi perché già l’anno scorso abbiamo dovuto aumentare i prezzi di listino del 25%, ma i nostri clienti dovranno prenotare il miele in anticipo per cercare di soddisfare le loro esigenze”.
Luigi Ciamburro

