L’ Editoriale di Aniello Menditto – Prima di GARIBALDI ci liberarono tre colori

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Storia di una bandiera che non è solo estetica e di un popolo che non è solo gregge. Storia dei Padri.

I simboli; l’umanità usa e si affida ai simboli dall’alba dei tempi; simboli che creano concetti, simboli che li rafforzano. I simboli hanno sempre avuto un’importanza cruciale nelle nostre vite e ciò vale anche per uno dei simboli più sventolati in questo periodo incerto: Il Tricolore.

Un simbolo che ha avuto un ruolo cruciale nell’unificazione d’Italia tanto quanto lo avrebbe potuto avere un grande generale, se non di più.

La storia del nostro tricolore e tanto affascinante quanto complessa e intrigata, fatta di un tripudio di vittorie e sconfitte, fatta di volontà di ferro e perseveranza, di sangue e sacrifici.

Siamo nella fine del ‘700 in un Italia frammentata ancora lontana dall’idea di unificazione,  quando in Francia succede qualcosa che gli storici useranno come spartiacque fra epoca moderna ed epoca contemporanea, ossia la Rivoluzione Francese i cui ideali soffiarono in tutta Europa trasportando un sentimento di autodeterminazione dei popoli, la volontà di un popolo di determinare da sé il proprio avvenire.

Ecco che i primi patrioti italiani nacquero, e di questi, due studenti universitari bolognesi furono i primi a lavorare a un vessillo, a un simbolo comune per tutti gli italiani. Stiamo parlando di Luigi Zamboni (Bologna12 ottobre 1772 – Bologna18 agosto 1795) e Giovanni Battista De Rolandis  (Bologna12 ottobre 1772 – Bologna18 agosto 1795) ,  che nel 1794 unirono il bianco e il rosso delle rispettive città al verde, con la speranza che tutto il popolo italiano seguisse la rivoluzione nazionale da loro iniziata e perpetuata fino al loro martirio per mano dell’inquisizione pontificia. Nel discorso di presentazione della bandiera Zamboni disse:” Da secoli divisi, noi manchiamo d’un insegna che dall’Alpi al Quarnero (l’attuale Croazia) ci dica figli di una stessa madre; che raccolga gli affetti tutti degli Italiani delle varie provincie.

Bisognerà attendere però l’ingresso di Napoleone in alcuni territori che prima erano sotto il dominio austriaco, e in particolare il Ducato di Milano, il Ducato di Modena e le provincie pontificie di Ferrara e Bologna. Queste quattro province, liberate dalla dominazione austriaca si uniranno quindi nella Prima Repubblica Cispadana dove, il 7 Gennaio 1797 nasce, a Reggio Emilia nell’archivio ducale, ufficialmente quello che sarà il tricolore italiano il cui padre fu Giuseppe Compagnoni.

Un tricolore ancora diverso da quello che conosciamo oggi, dove le fasce erano orizzontali e al centro spiccava il simbolo di una faretra con quattro frecce, tante quanto le prime province.

A questo punto il neoformato tricolore avrà il suo ruolo di spicco, in quanto non saranno solo gli italiani della Repubblica Cispadana, ma quelli da tutta Italia a sventolarlo con fierezza a richiamare l’ora della rivoluzione.

Il tricolore era divenuto in tutta Italia simbolo di fierezza ed indipendenza. In tutta Italia gli italiani furono chiamati all’unità per mano di un semplice simbolo che si espandeva a macchia d’olio nelle loro coscienze.

E sarà così che nei prossimi cinquant’anni a partire dal fatidico 1796 l’Italia sarà pervasa da un sentimento di unificazione che sfocerà nei moti rivoluzionari che culmineranno nei moti del ’48 detti anche la “Primavera dei Popoli”.

In tutta Italia il tricolore veniva sventolato dal Nord al Sud da prima ancora che un generale coordinasse tutti gli italiani; in quanto eravamo divisi nella rivoluzione ma uniti nel simbolo e nelle idee.

Ed ecco che arriviamo alla conclusione, ossia che prima ancora dei mille e di Garibaldi , il più grande generale e coordinatore che gli italiani hanno avuto, non è stato un’ uomo, non è stato un dio, ma un simbolo, un sentimento, un’idea.

© RIPRODUZIONE RISERVATA MN24 – Aniello Menditto