Juve Stabia, per le pulizie si tenevano buoni i rapporti con i Gionta

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Il decreto di amministrazione giudiziaria della S.S. Juve Stabia, emesso dal Tribunale di Napoli, continua a svelare dettagli sconcertanti su quanto profonda sia l’infiltrazione della camorra stabiese nel tessuto gestionale che ruota intorno al club.
Dopo le rivelazioni sulla biglietteria e sulla gestione della buvette, dalle carte emerge che persino i servizi di pulizia dello stadio “Romeo Menti” sarebbero finiti nelle mani della criminalità organizzata.

Le ditte “Eco S.r.l.s.” e “Pro Eco S.r.l.s.” sotto la lente degli inquirenti

Secondo quanto riportato nel decreto, la società Juve Stabia avrebbe affidato la gestione del servizio di pulizia interna dello stadio a due società: “Eco S.r.l.s.” e “Pro Eco S.r.l.s.”, entrambe amministrate da Luigi Calabrese, nato a Castellammare di Stabia il 25 febbraio 1966.
Un nome che, secondo gli investigatori, non è affatto casuale: Calabrese, infatti, è genero di Luigi D’Alessandro, il boss storico dell’omonimo clan, per averne sposato la figlia.

Il Tribunale sottolinea che Calabrese è “elemento di spicco della consorteria citata sin dal secolo scorso”, figura da sempre legata alla famiglia D’Alessandro e inserita nel circuito imprenditoriale che fa capo alla criminalità stabiese.

Legami anche con il clan Gionta di Torre Annunziata

Il decreto va oltre, evidenziando un intreccio che supera i confini cittadini. Nelle imprese che si occupano delle pulizie, infatti, risulta assunta Annunziata Caso, nata a Torre Annunziata nel 1974, moglie di Aldo Gionta, esponente apicale dell’omonimo clan egemone nella città oplontina.
Una presenza tutt’altro che casuale, che per i magistrati dimostra la volontà di mantenere rapporti “di buon vicinato” tra consorterie criminali confinanti, come quella dei D’Alessandro e quella dei Gionta, entrambe storicamente radicate nel controllo di attività economiche legate anche al mondo dello sport.

Il pentito Rapicano: “Anche le pulizie gestite dal clan”

A confermare la matrice camorristica del servizio di pulizia interviene, ancora una volta, il collaboratore di giustizia Pasquale Rapicano, che nel corso delle indagini ha dichiarato:

“Anche il servizio di pulizia dello stadio è controllato da sempre dal clan D’Alessandro e oggi è gestito da Pasquale, marito di Maria D’Alessandro, e da Luigi Calabrese”.

Un’affermazione che, secondo i giudici, fotografa in pieno la realtà dei fatti, trovando riscontro documentale nei contratti stipulati dal club e nei legami familiari degli imprenditori coinvolti.

Un sistema capillare di controllo criminale

Il decreto parla senza mezzi termini di “pervasività mafiosa” all’interno della gestione dello stadio, descrivendo un sistema in cui ogni settore — dalla biglietteria alla buvette, fino ai servizi di pulizia — risulterebbe infiltrato o direttamente controllato da soggetti legati ai clan.

“La pervasività mafiosa — si legge nel provvedimento — è chiara anche in questo settore. Il quadro che emerge è quello di una realtà in cui la criminalità ha esteso la propria influenza a ogni ambito connesso alla società sportiva, sfruttando l’immagine del club come veicolo di consenso e potere sul territorio”.

Un nodo difficile da sciogliere

Per gli inquirenti, la Juve Stabia rappresenta oggi un caso emblematico di come la criminalità organizzata possa penetrare nelle attività sportive locali, utilizzando società e contratti formalmente leciti per mascherare il controllo mafioso.
L’amministrazione giudiziaria disposta dal Tribunale di Napoli mira proprio a recidere questi legami e a restituire al club una gestione limpida, sottraendolo a una rete di interessi opachi che — come emerge dalle carte — ha trasformato persino la pulizia dello stadio in un affare di camorra.

Un’ulteriore conferma che, dietro il calcio di provincia, può nascondersi un sistema economico criminale sofisticato e radicato, in cui nulla, nemmeno i servizi più marginali, sfugge al controllo delle famiglie mafiose locali.