Juve Stabia, il clan voleva il bar del Menti: “Se non mangio io, non mangia nessuno”

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Un’altra ombra pesantissima si abbatte sulla vicenda che ha portato all’amministrazione giudiziaria della Juve Stabia e sull’indotto che ruota attorno allo stadio Romeo Menti. L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha infatti svelato come il servizio ambulanze per lo stadio e per l’ospedale San Leonardo fosse finito nelle mani del clan D’Alessandro, attraverso una rete di prestanome e intimidazioni.

Mercoledì mattina i carabinieri di Torre Annunziata hanno arrestato Daniele Amendola, considerato il volto pulito della ditta New Life ma ritenuto dagli inquirenti il prestanome dell’esponente di vertice del clan, Antonio Rossetti, oggi detenuto al 41-bis. Entrambi sono accusati di trasferimento fraudolento di valori con aggravante mafiosa.

L’arresto rappresenta un nuovo capitolo dell’indagine che già a ottobre aveva portato la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli a disporre l’amministrazione giudiziaria della Juve Stabia, proprio per le infiltrazioni criminali nel sistema dei servizi esterni legati alla società calcistica.

Il bar dello stadio nel mirino del clan

Nell’ordinanza firmata dalla gip Federica Colucci emergono anche pressioni e tentativi di estorsione. Tra questi, spicca la misura cautelare contro Luigi Staiano, nipote di un capoclan, accusato di aver tentato di imporre il ritorno della gestione del bar e della buvette del Menti nelle mani gradite al clan.

Una frase riassume il clima delle minacce:

“Se le guardie si sono messe qualcosa in testa, non mangerà lui e non mangerà nessuno. Là sopra non ci farà accostare a nessuno.”

L’episodio risale al luglio 2021, quando il responsabile della sicurezza provò a spiegare al clan che le norme anti-Covid e i controlli dell’Osservatorio impedivano qualunque manovra opaca. Non bastò.

Ambulanze, affari e un macabro sistema

Tra gli elementi più inquietanti raccolti dagli investigatori, anche le rivelazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Rapicano, che ha parlato di un vero e proprio monopolio del servizio ambulanze a Castellammare gestito con metodi mafiosi. Le chat tra Rossetti e Amendola, inoltre, mostravano come il boss fosse il “socio occulto” della New Life.

Agli atti compare perfino una pratica definita “macabra” dagli inquirenti: almeno tre salme sarebbero state trasferite a domicilio, facendole risultare ancora vive all’uscita dall’ospedale, nel 2021. Un sistema che serviva ad aggirare protocolli e ottenere denaro.

Interdittive e rischi di prosecuzione

La ditta New Life era già stata colpita da interdittiva antimafia, insieme a una decina di altre imprese. Tuttavia, la gip Colucci evidenzia che il provvedimento non è sufficiente a fermare la rete criminale, perché:

  • impedisce soltanto i rapporti con la pubblica amministrazione;
  • non blocca i servizi verso privati;
  • Amendola potrebbe riaprire la stessa attività sotto un altro nome.

Uno scenario inquietante

Questo nuovo filone conferma che l’infiltrazione del clan nell’indotto calcistico non era episodica, ma strutturale. L’amministrazione giudiziaria della Juve Stabia nasce proprio dalla necessità di recidere questi legami.

Il quadro emerso dall’indagine racconta un controllo tentacolare, che non si limitava agli appalti sanitari ma si estendeva ai servizi interni allo stadio, come il bar, attraverso minacce e pressioni mafiose.

Un terremoto giudiziario che continua a scuotere l’ambiente stabiese e che, ancora una volta, dimostra quanto lo sport possa diventare terreno fertile per affari illeciti quando a mancare sono trasparenza e controlli.