INVITO ALLA LETTURA: Ognuno ha una macchia

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E’ possibile vivere un’esistenza in cui l’identità è slegata dalle origini? E’ davvero indelebile il segno, la macchia, che ogni vita porta con sé?

La domanda stimola una miriade di riflessioni ed è il nervo intorno al quale si dipana la storia narrata nel libro dello scrittore americano Philip Roth “La macchia umana”, edito da Einaudi nella Collana Super ET.

La storia ripercorre il cinquantennio che va dagli anni’50 fino al 1998, periodo in cui tutto il mondo assistette allo scandalo che coinvolse l’allora Presidente degli Stati Uniti  Clinton, compromesso per aver avuto una relazione sessuale con la stagista Monica Lewinsky. Mai, prima di allora, un esponente politico di quel calibro, era stato esposto a critiche così aggressive, per un comportamento che riguardava aspetti della vita privata.

Il Presidente del Paese più potente al mondo, fu esposto alla gogna mediatica e costretto, di fronte ad una situazione di cui si era perso il controllo, ad ammettere “la colpa” pubblicamente in una conferenza stampa, dando luogo all’atto di contrizione più imbarazzante della carriera politica di un Presidente.

Fu così che emerse in modo virulento il livello d’ipocrisia raggiunto dalla società americana.

L’autore del libro, ha spesso nei suoi lavori messo in discussione i modi, i costumi e l’atteggiamento condivisi nella società americana, evidenziandone i vizi, risucchiati nella spirale del perbenismo. Ne “La macchia umana” continua a mostrare l’ipocrisia che alberga negli individui, raccontando le vicende del Preside in pensione Silk Coleman, che dopo anni di onorata carriera, viene travolto in una diatriba ideologica che lo condurrà all’isolamento accademico e personale, danneggiando irrimediabilmente la fama che fino a quel momento lo aveva circondato.

Durante un discorso agli studenti, Coleman utilizza il termine“spook”, che tradotto sta a indicare lo spettro, il fantasma, ma che in un’accezione negativa, può essere riferito alla parola negro e per questa interpretazione errata, viene esplicitamente accusato di razzismo nei confronti di due studenti; dal quel momento la sua invidiabile posizione inizia a sgretolarsi, fino alle estreme conseguenze.

A questa situazione, se ne aggiungerà un’altra ancora più pericolosa perché considerata lesiva della morale condivisa dalla comunità: il professore, ormai vedovo, intrattiene una relazione sessuale con una donna delle pulizie di 34 anni e dalla vita difficile. Tutto questo è troppo per i benpensanti del posto che iniziano a guardare con sospetto a quella che inizia a essere considerata una bizzarra dimostrazione di virilità in un uomo che dovrebbe dedicarsi sicuramente ad altro.

Ma il personaggio Coleman, nasconde un segreto ben più grande che è riuscito a mascherare persino alla defunta moglie e ai figli, che pur di non vivere nell’imbarazzo e ledere l’immagine di sé per le posizioni discutibili del padre, hanno scelto di interrompere i rapporti.

Il segreto si colloca nel passato del professore, proprio in quelle origini che lasciano una macchia incancellabile nell’esistenza.

Il libro traccia i pensieri che accompagnano le storie personali degli individui che Coleman incrocia, delineando un’umanità sofferente che contribuisce a delineare gli aspetti contraddittori di una società complicata, capace di imporre schemi di riferimento precisi e dai quali sembra impossibile prendere le distanze.

Un libro sulle scelte fatte e su quelle evitate, sull’incapacità di cambiare, di mettere in discussione qualcosa che non sempre rappresenta le ambizioni e la volontà delle persone, inquadrate in un torpore che limita le reazioni collettive e quelle individuali.

Una società in cui l’umano sfiora l’intelletto senza diventarne mai parte attiva.