Convivere con il Vesuvio, il vulcano più pericoloso al mondo, è quello che due milioni di persone sperimentano quotidianamente in un territorio che ha memoria di eruzioni lontanissime nel tempo, fino a quelle più recenti di cui i più anziani ancora danno testimonianza.
Maria Pace Ottieri, giornalista e scrittrice, ne “Il Vesuvio Universale” Einaudi Editore, scruta le vicende di un popolo continuamente esposto al silenzio di un vulcano che potrebbe, in qualsiasi momento, trasformarsi nel boato più assordante stravolgendo in un attimo le vite di tutti gli abitanti.
Il titolo del libro evoca la suggestione catastrofica della possibilità di un lutto e, al contempo, rimarca la visibilità, a livello planetario, di una zona nota a tutti per la pericolosità intrinseca posseduta, che non impedisce a milioni di persone di continuare a vivere in quel luogo.
Com’è possibile scegliere di non allontanarsi? La Ottieri risponde prendendo a prestito le parole di Pasolini quando affermava che agli uomini interessa vivere e questo basta.
Con lo stile di chi conosce ciò di cui scrive, l’autrice perlustra nelle vite, nelle storie degli abitanti del luogo, per ricostruire la mappa del tempo passato e per riuscire ad individuare gli scenari futuri che appaiono immobili.
Un po’ reportage, un po’ saggio e anche romanzo, la trama di un mondo in miniatura si svela agli occhi del lettore che vacilla sotto il peso di scelte ingenerose che hanno compromesso violentemente la qualità della vita dei residenti.
Ripercorrere quelli che si definiscono i Paesi Vesuviani squarcia la sommaria semplificazione che vede, agli occhi dei più, un insieme indistinto di realtà che, invece, nascondono una specifica storia. Una vicenda che confluisce in un’altra ben più articolata e complessa che contribuisce a rendere plausibile le motivazioni di tutto quello che oggi è la storia di quelle persone, disposte ad accettare la sfida del vulcano senza esserne consapevoli, come in balia di un ineluttabile destino.
Raccontarsi non è la stessa cosa che sentire il racconto di sé stessi. La Ottieri riesce a scavare dove la conoscenza posseduta per nascita occulta verità scomode, se non addirittura, scomparse e restituisce un paesaggio deprimente quanto umano.
Un itinerario impervio che costeggia i paesi che direttamente si affacciano su quel mare che un tempo luccicava al sole per la purezza delle acque: Castellammare di Stabia; Pompei; Torre Annunziata; Torre Del Greco; Portici; Ercolano. E ancora: Terzigno; Boscoreale; San Giuseppe Vesuviano; Ottaviano; San Sebastiano.
“C’è stata un’epoca in cui Torre Annunziata era una città dove tutti lavoravano. I contadini caricavano la frutta e i carretti e la portavano al mercato a Napoli, gli scalpellini tagliavano la pietra lavica, gli artigiani impagliavano le sedie, i pescatori calavano le reti e le tiravano su guizzanti di pesce”.
Un coacervo di speranze tradite che s’inerpicano ardite lungo le pendici di una miccia inesplosa, ma non per questo meno infida.

