Invito alla lettura: “Il senso di una fine” di Julian Barnes

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Quando si inizia a riflettere sul senso della propria esistenza? Da giovani, quando il puzzle della vita pare aperto a innumerevoli soluzioni? O da grandi, quando ebbri di qualche esperienza accumulata, l’avvenire contrae le alternative possibili? Che peso ha la memoria nella costruzione della storia di una vita?

Il “senso di una fine”, libro di Julian Barnes edito da Einaudi, ripercorre il filo di questi interrogativi attraverso il racconto della vita di Tony Webster e dei suoi incontri.

È facile riconoscersi in alcuni atteggiamenti di Tony; è un giovane uomo senza qualità evidenti che condivide il suo tempo di scanzonato studente con i suoi coetanei. Tra questi, spicca il talentuoso Adrian con il quale, il nostro protagonista, instaurerà un rapporto di amicizia destinato a spezzarsi definitivamente, quando Veronica, la sua fidanzata gli preferirà l’amico diventando sua moglie.

Tony, personaggio in primo piano e voce narrante del romanzo, appare vittima dell’incapacità di relazionarsi con gli altri, portatore sano di una forma d’inettitudine che gli impedisce di chiedere conto delle decisioni, delle scelte, delle critiche sostenute dagli altri; il suo tempo appare eternamente sospeso in un indefinito continuo nel quale gli eventi si susseguono ineluttabili e incomprensibili.

Tony, dopo il divorzio, che affronta come l’inevitabile circostanza che gli si presenta imputabile ad una sorta d’incuria, all’età di sessant’anni riceve in eredità una somma di denaro dalla madre di Veronica, la fidanzata di cui si è riferito precedentemente e che ha sposato l’amico tanti anni prima.

Il fatto sprona Tony a ricercare una risposta plausibile che spieghi la motivazione del gesto, che si scoprirà radicata nel lontano passato dove si addensano verità scomode.

Il romanzo pur avendo vinto nel 2011 il Man Booker Prize, il più importante premio letterario di lingua inglese, ha ricevuto anche critiche che, in alcuni casi, sono apparse come delle vere e proprie stroncature.

Secondo alcuni, le argomentazioni utilizzate nel racconto per dare una pregnanza filosofica alla storia, divengono banali espedienti per circuire il lettore attraverso divagazioni capaci di sedurre, ma che risultano incongruenti.

Anche il finale viene etichettato come improbabile e artificioso, e quasi dissonante con la narrazione che lo precede.

Eppure con uno stile fluido il racconto procede incalzante e genera interrogativi sull’esistenza, la realtà, la verità, la memoria, che spingono la riflessione a piroettare su pensieri, alla ricerca di risposte che delineino un possibile itinerario personale per riuscire a riflettere.

La storia di ognuno è quella che ciascuno costruisce sulla base dei ricordi che la memoria sospinge, ma è sempre veritiera? e a quale verità fa riferimento? Ciascuno ha le proprie certezze.  Siamo sicuri che la storia che crediamo oggettiva, sia quella trasportata dai ricordi della memoria nella sua autenticità?

Se si accetta l’affermazione secondo la quale la storia è quella cosa che diventa certezza, quando è espulsa dalle imperfezioni della memoria che s’intersecano con l’inadeguatezza della documentazione, ogni cosa assume un valore differente nella vita che scorre.

I fatti possono diventare gli addendi di una somma che si succedono inesauribili, e i fallimenti possono considerarsi le sottrazioni che diventano amputazioni dell’esistenza? E se gli stessi fallimenti si ripetono costantemente, possono considerarsi delle moltiplicazioni nella vita che continua a scorrere nel tempo?

L’esistenza si trincera in un’interpretazione aritmetica dai riporti inattesi che determinano per la stessa un esito imprevedibile, e Tony ne diventa testimone.  Da leggere!