Introspezioni dall’esterno: la mostra che interroga sul destino dell’uomo

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L’evento si terrà al foyer dell’Auditorium Sant’Alfonso Maria de’Liguori in occasione della festa dedicata al santo patrono acquisito.

di Gerardo Sinatore

Scrivere senza passione mi è impossibile, soprattutto quando si tratta di Arte e Politica. Ho bisogno di una forte motivazione per farlo, e in questo caso la trovo nelle qualità personali e comunicative di tre amici artisti: Antonio Pace (per me, Apax), Alfonso Pepe e Angelo Forino, nel tema che farà da filo conduttore alla mostra in programma il 1° agosto presso l’Auditorium Comunale Sant’Alfonso di Pagani, promossa dal Comune: “Introspezioni dall’Esterno. Che cosa resta dell’uomo che si incammina verso il Transumanismo?”.

Locandina evento.

Tra estetica e distopia: tre sguardi sull’uomo post-umano

Antonio Pace, che definisco un neo-rinascimentale per la chiara influenza leonardesca e la sua straordinaria abilità descrittiva, esprime, forse suo malgrado, un “umanismo” latente, che emerge nel dare bellezza ai suoi uomini-macchina.

Ufo. Opera di Antonio Pace.

Figure che, a prima vista, si imprimono con forza nella memoria, e che riflettono la fusione di tempi, saperi e tecniche, proponendo nuovi paradigmi estetici e filosofici. Le sue opere, armoniose e ricche di dettagli, oscillano tra simbolismo e surrealismo, ma senza appartenere pienamente a nessuno dei due: costituiscono piuttosto un unicum artistico, concettuale ed esecutivo.

Da sinistra a destra: Alfonso Pepe e Antonio Pace.

Alfonso Pepe, che considero un neo-radicalista per la sua opposizione netta alla gabbia neo-tecnologica che oggi comprime l’intera umanità e del quale ho già curato una mostra alla Baccaro Art Gallery, presenta stavolta lavori ancor più forti e incisivi. Le sue opere tracciano una linea netta tra l’umanesimo e il distopico moloch transumanista: un limite salvifico per un’umanità che, inconsapevole, scivola verso la propria degenerazione antropologica e culturale.

Opera d’arte di Alfonso Pepe.

Volti appena accennati, quasi maschere tribali, si fondono a oggetti in decadenza, come i libri, in una denuncia potente, più eloquente dei graffiti di Basquiat e più urlante dell’urlo di Munch. Una potenza che, come ha scritto Marco Visconti, è urgenza.

Da sinistra a destra: Alfonso Pepe, Antonio Pace e Marco Visconti.

Angelo Forino, infine, con il suo stile diretto, autentico e crudo, sfida i limiti di una società sempre più tecnocratica e totalitaria. Le sue opere celebrano l’imperfezione e l’irriducibile unicità dell’essere umano.

Opera di Angelo Forino.

Volti dagli sguardi incantati e pungenti, scene romantiche e visioni sognanti, che evocano Debuffet per la sincerità e Chagall per la delicatezza sentimentale. Io amo queste figure istintive, che affermano con forza la loro esistenza e il loro diritto di parlare e festeggiare contro un mondo che non vola più, ma rotola per schiacciare.

Opera di Angelo Forino.

Tre voci diverse, affabulante, tuonante, sussurrante che compongono una polifonia di resistenza: Pace, Pepe e Forino denunciano lo scontro di civiltà tra chi crede nelle radici naturali dell’uomo e chi ne affida il destino a un’evoluzione biotecnologica e innaturale. Riuscirà l’uomo a sottomettere l’uomo con i suoi stessi inganni? Finché esisterà l’arte, la risposta è no.

Transumanesimo: un’utopia post-umana o una distopia già iniziata?

Già nel 2020 avevo affrontato il tema del Transumanismo (o Transumanesimo) in vari articoli pubblicati su Nova, Flussi potenziali e sul mio profilo Facebook. Questo movimento si configura come contenitore ideologico di una serie di progetti sociopolitici ed economici imposti dall’alto, che includono il climate exchange, la transizione verde e il genderismo, tutti rientranti nel progetto globalista della Società Open, teorizzata da Karl Popper: una società senza storia, senza tradizione, senza confini.

Gerardo Sinatore.

Tali temi, introdotti da enti sovranazionali senza reali processi democratici, vengono legittimati attraverso algoritmi che orientano il consenso, giustificando così l’indebitamento degli Stati per attuare misure sempre più invasive. A chi giova tutto questo? Alle grandi banche e alle multinazionali biotecnologiche, che operano in regime oligopolistico e che, in cambio di “sicurezza”, offrono maggiore controllo sulle popolazioni.

Dietro ogni nuova “norma” o “diritto” si cela un’intera filiera industriale, pronta a monetizzare la trasformazione dell’essere umano. Il Transumanismo, nato ufficialmente nel 1998 con la fondazione della World Transhumanist Association (oggi Humanity+) da parte di un filosofo svedese e uno inglese, è uno dei pilastri della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale. Sostenuto dal Technion – Israel Institute of Technology di Haifa – mira a capitalizzare su intelligenza artificiale, tecno-genetica e innovazioni biotecnologiche.

L’obiettivo? Una trasformazione post-umana, che liberi l’uomo dai suoi vincoli biologici. Per questi pensatori materialisti, l’essere umano è soltanto una risorsa da cui estrarre dati utili ad alimentare l’intelligenza artificiale, che progressivamente verrà impiantata nei corpi umani, decidendo per noi e spingendoci verso una “evoluzione” lontana dalla Natura.

Millennials e Gen Z – i nativi digitali – per inesperienza o per un’esperienza ormai “innaturale”, accettano con entusiasmo questa deriva, attratti da promesse di comfort, immortalità e pace mentale. Ma a mio avviso, sottovalutano il prezzo reale: l’atrofizzazione del pensiero emotivo e l’inflazione esistenziale, che li costringerà a pagare, per tutta la vita, illusioni di libertà e salute.

Uno dei profeti di questa visione è George Soros, seguace di Popper, secondo cui “nessuna filosofia o visione del mondo possiede la verità”. Una frase che, pur nel suo relativismo, dimentica come il potere, se abbastanza ricco, possa manipolare qualsiasi “verità”. Eppure, proprio per questo, ognuno dovrebbe essere libero di coltivare la propria visione filosofica e ontologica, senza imposizioni ideologiche o coercizioni istituzionali.

Personalmente, continuo a credere nello sviluppo naturale dell’uomo, in un’evoluzione lenta, saggia, maturata culturalmente. Per questo trovo importante questa mostra: perché l’Arte, più delle parole, delle leggi o delle teorie economiche è capace di esprimere la profondità del sentire umano, oltre ogni ideologia. E finché esisterà l’Arte, l’uomo avrà ancora voce