Di Cesena, fa il fisioterapista, abbiamo seguito precedentemente la vicenda, poi il ritrovamento a gennaio.
Di Marco Visconti
Oggi usare il binomio papà ed eroe può far storcere il naso a qualcuno, visto che i mass-media bombardano di notizie al colore rosso, di quel rosso di cui, in genere, si macchia le mani l’uomo, di quel rosso appartenuto solitamente al propria partner. Uscendo dallo stereotipo dalla Selva Oscura abitata da fiere di sesso unicamente maschile, comprendiamo che esistono anche uomini, non sono pochi, vittime dal gentil sesso che, come nel caso di Filippo Zanella, sono riusciti a raggiungere il proprio obiettivo ritrovando la propria prole. Filippo Zanella, dopo affannose indagini, ritrova sua figlia nel gennaio del 2024 in Polonia, qui dove la mamma, di origine polacca, l’aveva portata dal 2021. In Polonia, la mamma aveva fatto perdere le sue tracce e quelle della figlia. Gli enti, poco svegli a occuparsi del caso, hanno portato Zanella a fare approfondimenti, che hanno richiesto tantissimi soldi, senza considerare il forte stress psicologico al quale era sottoposto, senza avere come punto di riferimento uno sportello riconosciuto a livello nazionale, come il 1522, attraverso il quale ascoltarlo. Tuttavia, per sua fortuna, l’associazione Lega Uomini Vittime di Violenza gli ha fornito un grande supporto. Filippo racconta questa storia a lieto fine sul ritrovamento della bambina.
Da quanti anni sei stato alla ricerca di tua figlia?
«Mia figlia è stata rapita dalla madre il 21 settembre 2021, dopo la festa del suo compleanno. In un primo momento sua madre l’ha tenuta in casa dei nonni a Osiek Drawski, in Polonia. Ma il 22 dicembre del 2021 è sparita, lasciando perdere le sue tracce. Da quel momento l’ho cercata senza sosta, andando in Polonia diverse volte, cercando di parlare con i suoi genitori e con amici e parenti, ma ho trovato solo un disumano muro di omertà. Mi sono reso conto che la polizia polacca non faceva nulla per cercare mia figlia, non l’aveva nemmeno inserita nella lista delle persone scomparse. Per un paese che, nella storia, ha sofferto così tanto per l’occupazione nazista della seconda guerra mondiale, lascia una tristezza infinita vedere che non hanno imparato nulla da quanto accaduto, ma anzi trattano i “diversi” non la stessa spietata disumanità. Quando ho capito che non potevo contare sulle forze dell’ordine e sulle istituzioni per poter salvare mia figlia, ho deciso nel dicembre 2023 di trasferirmi stabilmente in Polonia, prendendo un alloggio a Stettino. Ho passato i successivi sei messi a battere il territorio polacco senza sosta, cercando nelle città e nei luoghi dove avrebbe potuto trovarsi mia figlia, senza successo. Stavo ormai per perdere le speranze ed ero disposto a fare un gesto estremo per attirare l’attenzione delle istituzioni, in particolar modo quelle polacche, che ipocritamente da tempo dichiaravano di voler combattere la piaga dei sequestri internazionali. Ho più volte sottoposto il mio caso alla ministra Zuzanna Rudinska-Bluszcz, da sempre dettasi in lotta contro i sequestri, ma tutti i miei appelli sono sempre caduti nel vuoto. Bisogna chiarire che, in Polonia, non essendo reato il sequestro dei minori tra membri della propria famiglia all’interno del territorio nazionale, contiamo un numero sconfinato di padri polacchi disperati alla ricerca del proprio figlio rapito, senza speranza di poterlo rivedere».
Come hai fatto a ritrovare tua figlia?
«Un giorno mentre ero in Polonia, mia madre mi mandò un messaggio via WhatsApp: “Filippo, è arrivata una lettera qui a casa. Sembra inviata dalla Polonia. C’è scritto dove si trova tua figlia”. Mi faccio mandare le foto della lettera, il cuore mi sale in gola. C’erano indicazioni abbastanza dettagliate sulla città e sulla zona in cui si trovava mia figlia, anche se non dicevano la posizione esatta di dove abitasse. L’indirizzo era stato inviato allo studio, non alla mia abitazione: segno che non si trattava di qualcuno che mi conosceva direttamente, ma qualcuno che aveva cercato il mio nome via internet. La lettera era scritta in un italiano impreciso ma comprensibile, probabilmente da una persona dalla Polonia. La città citata, Rzeszow, si trovava in prossimità di uno dei luoghi nei quali sospettavo si trovasse mia figlia ma, essendo a circa 40 km di distanza, sarebbe stato impossibile scovarla. Non veniva richiesta alcuna ricompensa in denaro o altro: sembrava una lettera credibile di una persona che conosceva la storia, non poteva parlare apertamente ma aveva bisogno di lavarsi la coscienza».
Sei un palese esempio di uomo che ti sei fatto giustizia da solo, che ha letteralmente un prezzo molto alto. Se fossi vissuto in una condizione economica precaria, secondo te, avresti perso tua figlia?
«Sì, non l’avrei più rivista. Dopo 3 anni di vita in simbiosi con la madre, mia figlia era completamente alienata. Faceva fatica a riconoscermi, non parlava quasi più italiano e la mamma le aveva raccontato chissà quali bestialità sul mio conto. Sulla giustizia, sulle istituzioni non potevo contare, il gioco era chiaro: far passare tempo fino al giorno in cui, raggiunti i 12 anni, mia figlia avrebbe potuto decidere di rimanere in Polonia, l’unica realtà che le veniva presentata da anni da sua madre in modo esclusivo. I costi legali, di indagini, di viaggio, di perdite lavorative, di affitto e anche della perdita di salute, sono stati incommensurabili. Parliamo di centinaia di migliaia di euro, soldi bruciati che avrebbero potuto invece essere utilizzati per il futuro di mia figlia. Ho avuto la fortuna di poter spostare il mio lavoro online e continuare a farlo anche in Polonia. Ho avuto la fortuna di avere avvocati che credevano nel mio caso e avevano capito l’ingiustizia che era stata commessa. Ho avuto la fortuna di aver messo da parte alcune risorse, ormai completamente perdute. Sono stato fortunato, un uomo in un’altra condizione non avrebbe potuto sostenerlo e avrebbe dovuto rinunciare al proprio bambino, come putroppo molti padri sono costretti a fare».
Non hai mai perso le speranze, cosa ti ha portato avere così tanta determinazione?
«In questi anni ho preso il tempo per fare molto lavoro su me stesso. Ho analizzato le mie debolezze, i miei errori. Sono stato seguito da psicologi e da coach che mi hanno guidato ad affrontare la situazione. Ho seguito dei percorsi di formazione militare per mantenere la lucidità e la concentrazione. Sapevo che mia figlia aveva bisogno di ritrovare un padre di cui andare fiero, non una persona sconfitta e distrutta. E sapevo che questo era un modo per dimostrarle il mio amore, la mia capacità di prendermi cura di lei, che è il modo in cui un padre lo sa mostrare. Qualunque altro padre nella mia situazione avrebbe fatto lo stesso, ho forse solo avuto la fortuna e le risorse per poterlo fare. E non ultimo, l’ho fatto anche per tutti gli altri padri che seguivano la mia storia, mi sostenevano e mi aiutavano. Glielo dovevo, era mio dovere dar loro speranza, era mio dovere dimostrargli che anche loro come me ce l’avrebbero potuta fare. Ecco, se non ho mollato è anche grazie a tutti i padri che credevano in me e mi hanno sostenuto».
Filippo, come procede il rapporto con tua figlia?
«Procede molto bene, anche meglio di quanto mi aspettassi. Mia figlia è una bambina felice, attiva, forte e curiosa. Una bambina che ama stare con i propri amici e fa un sacco di attività. In questi mesi, da un iniziale periodo in cui comunque provava ancora un po’ di rabbia, pian piano ha cominciato ad essere sempre più affettuosa, a fidarsi di me, confidarsi, abbracciarmi e voler stare con il suo papà. Certo, ogni tanto la mamma le manca. Mamma che, dal momento del rientro di mia figlia in Italia, è sparita e non ha più tentato di riallacciare alcuna comunicazione. Questa cosa mi ha messo, a dire il vero, un po’ di tristezza, perché nonostante tutto quello che è successo, non solo non ha dimostrato di essere consapevole del crimine commesso, ma ora quella donna sembra non essere più nemmeno interessata alla bambina. La cosa che mi mette più tristezza è che io, da sempre, non ho mai impedito in alcun modo la frequentazione dei suoi parenti in Polonia: se non avesse commesso questa follia, mia figlia avrebbe potuto continuare a frequentare liberamente tutta la sua rete parentale nei due paesi. Invece ha impedito anche ai suoi genitori, coinvolti nel delitto, di vedere la bambina. Credo che non avrò mai risposte per il gesto imperdonabile compiuto da sua madre, anche se a volte la mente umana accarezza il sottile confine della follia. Forse un giorno quando mia figlia sarà grande abbastanza da viaggiare da sola, sentirà il desiderio di tornare da sua mamma e chiederle il motivo. Ma non voglio pensarci. Per ora, lascio solo che mia figlia recuperi serenamente la vita da bambina che per 3 anni le è stata strappata».

