«Sapevamo di lavorare onestamente, non potevamo credere o immaginare che ci fossero imbrogli e raggiri dietro l’ordine e il trasporto della merce». E’ stato questo il “leitmotiv” che ha caratterizzato gli interrogatori di molti degli indagati nella maxi inchiesta «Big Boat». Davanti al gip Alfonso Scermino, hanno sfilato ieri mattina autisti e persone a vario titolo coinvolte nell’indagine della procura di Nocera Inferiore, incentrata su di un meccanismo criminale collaudato per la sparizione delle merci destinate ad aziende italiane ed estere.
In carcere, si è avvalsa della facoltà di non rispondere Enrica Iuliano, assistita dall’avvocato Rino Carrara. La 52enne paganese, ritenuta vicina ai capi dell’organizzazione, ha precisato di essere stata ristretta in carcere in uno dei periodi che la procura individua per l’addebito di alcune accuse. Un periodo compreso tra il 2010 e il 2011. In merito alle contestazioni successive – per gli inquirenti la donna intercettava potenziali clienti e curava alcuni aspetti delle operazioni – si riserverà di presentare una corposa memoria difensiva. Stessa linea anche per Umberto Guadagno, di Sarno, e Gaetano Vezzi, di Torre Annunziata. Questi due, ritenuti ai vertici dell’organizzazione criminale. Il primo, è detenuto in carcere per altri motivi, mentre Vezzi fu arrestato giorni fa a Milano.
Sorte diversa è invece toccata alle nove persone sottoposte ad obbligo di dimora, presenti nella giornata di ieri al primo piano del tribunale di Nocera Inferiore, in compagnia dei rispettivi avvocati. Tra di loro, anche diversi indagati sottoposti agli arresti domiciliari. Per alcuni, la linea difensiva è consistita nel respingere ogni accusa. E’ stato il caso di Domenico Viola, difeso dall’avvocato Armando Lanzione e Antonio Attanasio di Boscoreale, assistito dal legale Giovanni Pentangelo. Proprio quest’ultimo, ha spiegato di aver lavorato per sole due aziende, realmente esistenti e completamente in regola. Così come in regola era il suo contratto e la busta paga che ritirava ogni mese. Ha inoltre aggiunto di non essersi mai accorto di alcuna truffa, né dell’appropriazione indebita di merce che pure avrebbe trasportato.
Dalla corposa ordinanza che ha permesso la scoperta del gruppo criminale impegnato ad aggiudicarsi commesse per grosse aziende, al fine di truffarle facendo sparire la merce durante il viaggio, emergono intanto nuovi dettagli. Tra i tanti, l’episodio che vide uno dei truffati chiedere notizie di quattro camion spariti e ricevere, dalla moglie di uno degli indagati, il numero di cellulare di Guadagno. Scatenando le ire di quest’ultimo, a telefono con Vezzi. Inoltre, per la forte diffidenza che si percepiva per le ditte di trasporto del Sud Italia, il gruppo pensò di organizzare i viaggi con imprese che figuravano con sede al Nord, ma di fatto controllate da Vezzi e Guadagno in Campania. Nessuno doveva parlare al cellulare. Troppa la paura di essere intercettati. E spesso, bisognava anche accollarsi l’accusa di appropriazione indebita, «tanto in galera non ci andavi».

