Le società scientifiche lanciano l’allarme sugli effetti cardiaci. Uno studio italiano chiarisce i meccanismi biologici e rafforza il ruolo della cardio-immuno-oncologia
Ha cambiato la storia naturale di molti tumori, regalando a migliaia di pazienti anni di vita che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili. Oggi però l’immunoterapia, una delle conquiste più straordinarie della medicina moderna, si trova davanti a una nuova sfida: proteggere non solo dal cancro, ma anche dal rischio cardiovascolare.
Negli ultimi quindici anni questa strategia terapeutica ha inaugurato una stagione completamente nuova in oncologia. I farmaci immunoterapici non colpiscono direttamente la cellula tumorale, ma agiscono sbloccando il sistema immunitario del paziente, permettendogli di riconoscere e distruggere il tumore. I risultati sono stati rivoluzionari, con risposte durature e significativi miglioramenti della sopravvivenza in patologie avanzate come melanoma, tumore del polmone, del rene e della mammella.
Eventi avversi immuno-correlati e cuore sotto osservazione
Togliere i freni al sistema immunitario, però, può avere un prezzo. In una minoranza di pazienti la risposta immunitaria diventa eccessiva e colpisce anche organi sani. Sono i cosiddetti eventi avversi immuno-correlati, tra i quali quelli cardiaci stanno emergendo come una nuova frontiera di attenzione clinica.
A lanciare l’allarme sono le principali società scientifiche internazionali, dalla European Society of Cardiology alla American Heart Association, che oggi raccomandano un monitoraggio cardiovascolare strutturato nei pazienti in trattamento con immunoterapia, soprattutto quando vengono utilizzate combinazioni di farmaci sempre più potenti.
Miocardite e eventi cardiovascolari: i numeri
«La miocardite immuno-mediata è rara, interessa circa l’1-2% dei pazienti, ma può essere fatale fino nel 50% dei casi», spiega Nicola Maurea, primario della Cardiologia dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli. «Inoltre stiamo osservando un aumento di eventi cardiovascolari su base aterosclerotica, come infarti, aritmie, sindromi coronariche acute e ictus, che possono colpire fino al 10% dei pazienti ogni anno».
Per questo motivo, al Pascale è stato introdotto uno screening cardiovascolare sistematico e un follow-up anche dopo la fine delle terapie. Il rischio, infatti, può persistere nel tempo, anche quando il trattamento oncologico è concluso.
Lo studio italiano e i nuovi meccanismi biologici
A rafforzare questo scenario arriva ora uno studio di ricerca traslazionale pubblicato sul Journal of Cardiovascular Pharmacology, che per la prima volta chiarisce alcuni dei meccanismi biologici alla base degli effetti collaterali cardiovascolari dell’immunoterapia. Il lavoro è stato condotto dal team di Cardiologia del Pascale in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli e con il CEINGE.
«Abbiamo analizzato le combinazioni oggi più utilizzate – spiega Vincenzo Quagliariello, specialista in Patologia Clinica e Biochimica Clinica presso la Cardiologia del Pascale – e i dati mostrano che l’immunoterapia può indurre un’infiammazione cardiaca mediata dal sistema immunitario, attraverso l’attivazione di specifiche citochine pro-infiammatorie e pro-aterosclerotiche». In sostanza, si rompe un equilibrio immunologico a livello cardiaco che può favorire eventi acuti.
Cardio-immuno-oncologia, una disciplina emergente
Il messaggio che arriva dalla ricerca è chiaro: l’innovazione terapeutica deve procedere di pari passo con nuove strategie di sorveglianza. «La cardio-immuno-oncologia è ormai una disciplina emergente e imprescindibile», conclude Maurea. «Solo integrando competenze oncologiche e cardiologiche possiamo garantire cure sempre più efficaci senza compromettere la salute complessiva dei pazienti».
La rivoluzione dell’immunoterapia non è in discussione. Ma il futuro della lotta al cancro si gioca anche su un fronte cruciale e spesso silenzioso: continuare a salvare vite, senza dimenticare il cuore.

