di Marco Visconti
Il docufilm Il Presidio, diretta da Claudio Camarca, e va in onda in seconda serata sulla mittente televisiva nazionale Rai3, si propone di esplorare le difficoltà quotidiane dei nuclei operativi e investigativi dei Carabinieri attraverso racconti drammatici e testimonianze toccanti. La puntata andata in onda ieri, intitolata “Nocera“, si concentra sull’Agronocerino Sarnese, dando maggiore spazio su Pagani, una città, secondo il docufilm, segnata dalla criminalità organizzata. Sebbene la serie offra uno spunto interessante per riflettere sulle realtà complesse e difficili di questi territori, il suo approccio rischia di cadere in una trappola narrativa che, più che fare luce sulla situazione, finisce per semplificarla e incanalare il tutto in un racconto deterministico, privo di una visione più ampia e costruttiva.In questa puntata, Camarca ricorre a una serie di tecniche drammatiche per accentuare la gravità della situazione, tra cui il ricorso a una colonna sonora che richiama la tensione di serie come Gomorra. Questo stile da thriller-horror, sebbene efficace dal punto di vista emotivo, sembra ridurre la complessità del territorio ad un mero scenario di degrado e disperazione, dove la violenza e la criminalità sono quasi inevitabili.
Non è un caso che l’Agro Nocerino Sarnese venga descritto come una sorta matrioska di cemento, quasi la parte più brutta del Napoletano, un luogo dove l’intero paesaggio è percepito come una continua e immutabile distopia. Pagani, con le sue strade avvertite, secondo il docufilm, dalla presenza mafiosa, diventa l’emblema della bruttezza e della miseria sociale, un’immagine che rischia di diventare più una caricatura che una vera rappresentazione della realtà.

L’omaggio al Tenente Marco Pittoni, ucciso barbaramente a Pagani, funge da simbolo della lotta contro la criminalità locale, dimenticando tuttavia che gli uccisori provenivano dal Napoletano. Tuttavia, la sua morte, purtroppo, viene utilizzata come strumento narrativo per enfatizzare un’atmosfera quasi “epica” di lotta contro il male locale, che si mescola con la violenza. Questo approccio risulta forse troppo spettacolarizzato e poco orientato a una riflessione critica sui fattori strutturali che perpetuano la criminalità in queste aree. In sostanza, la serie sembra concentrarsi più sulla drammaticità del fatto e sull’emotività delle testimonianze, piuttosto che sui veri meccanismi di cambiamento o sulle possibili soluzioni.Inoltre, il racconto di come la criminalità abbia radici profonde nel territorio con una camorra, sottolineando Pagani, che risale agli anni ’90, come ha sostenuto uno degli intervistati, dimenticando però che, in realtà, ha radici più profonde che va negli anni ’80, quando si viveva il cosiddetto “Far West“, spia questo di ignoranza per la storia locale e inoltre andando erroneamente a catalizzare la macroscopica area dell’Agro intorno al solo territorio paganese. La camorra non è un fenomeno che nasce improvvisamente, ma si radica in una serie di dinamiche sociali, economiche e politiche che la serie non indaga mai a fondo. Al contrario, si preferisce una visione monocromatica che riduce il tutto alla presenza della criminalità organizzata, senza affrontare i temi più ampi legati alla disuguaglianza, alla mancanza di opportunità e alla povertà strutturale che alimentano questo fenomeno.Il finale della puntata appare un vero e proprio capolavoro di fatalismo: l’Agro Nocerino Sarnese, seppur finora descritta con alcuni dei suoi territori, dando precedenza a qualcuno di questi, con la sua urbanizzazione mal riuscita e i suoi edifici abbandonati, viene dipinto come una terra di nessuno, destinata al fallimento. Tuttavia, sebbene la serie proponga una realtà devastante, non offre alcuna vera alternativa. Si fa riferimento a tentativi di riscatto attraverso scuole, reti sociali e investimenti, ma queste soluzioni vengono presentate come lontane, quasi irraggiungibili, senza esplorare a fondo come queste possano concretizzarsi in una realtà che già di per sé sembra “rovinata”.

Il problema di Il Presidio non è tanto nel tema trattato, quanto nel suo approccio. La serie finisce per ridurre la complessità di territori come l’Agronocerino Sarnese a scenari tragici e inevitabili, dove le uniche soluzioni proposte sono quelle a breve termine, come l’intervento delle forze dell’ordine. Si evita di affrontare temi più complessi come la costruzione di un tessuto sociale sano, l’inclusione, il rafforzamento della democrazia locale e la creazione di spazi di crescita che possano dare speranza a una generazione intera.

Alla fine, la serie sembra preferire il tono cupo della rassegnazione, sostenendo che queste aree sono destinate a vivere quasi una predestinazione al fallimento, un pensiero che non aiuta a stimolare la riflessione su come queste città possano invece evolversi, se solo venissero messe in atto politiche e interventi concreti. Invece di concentrarsi esclusivamente sul “brutto” e sul “fallimento”, Il Presidio avrebbe potuto ampliare il discorso, fornendo uno spazio anche a chi, all’interno di questi territori, lotta ogni giorno per costruire una realtà migliore. La visione offerta dalla serie è certamente potente e drammatica, ma rischia di non dare spazio alla speranza o a modelli di cambiamento efficaci.

