Il mondo magico della fotografia

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Ieri sera, il terzo e ultimo appuntamento della Rassegna “Incontri di Fotografia” sul fotogiornalismo alla Biblioteca Comunale di Nocera Inferiore.

Il Direttore del Mudif Rosario Petrosino ha curato, come sempre, la presentazione dei temi proposti, e gli studenti del Liceo Musicale “Galizia” Gerardo Orsini (tenore), Cinzia Cercola (soprano), accompagnati al piano da Elena Toscano e Vincenzo Santoriello, hanno eseguito brani di canto lirico.

La fotografia nasce ufficialmente nel 1839 e “non è esercizio tecnico per tirare fuori delle immagini, ma è un linguaggio che si diffonde in tante sfaccettature”, cita Petrosino.

Il fotogiornalismo è una branca della fotografia che riesce a svilupparsi grazie all’esistenza di alcune riviste europee: le tedesche, Berliner Illustrirte Zeitung; Munchner Illustrirte Presse; la francese Vu.

In Italia nel 1937, la Rivista Omnibus diede spazio alla pubblicazione di foto di guerra, ma fu  soppressa dopo appena due anni per divergenze con il ministro dell’epoca. E pensare che su quel periodico scrissero le “penne” più prestigiose, uno su tutti, Leo Longanesi.

Le immagini presentate dai fotogiornalisti, per essere incisive, richiesero vivacità e immediatezza.

Il primo fotoreporter noto fu Roger Fenton (1829 – 1869), un inglese che realizzò il primo reportage sulla guerra in Crimea (1853 – 1856), al seguito delle truppe britanniche.

I professionisti in quel periodo, agirono in condizioni particolarmente difficili se si considera che la Leica, la moderna macchina fotografica, vide gli albori nel 1925, e le attrezzature in uso a banco ottico risultarono pesanti ed ingombranti in situazioni di guerra.

In quella fase storica, le tecniche per ottenere le foto risultarono macchinose per l’utilizzo del vetro che richiedeva di essere sensibilizzato con il passaggio di una sostanza, il collodio umido, che doveva seccarsi; inoltre, esisteva il problema di evitare che le temperature nella camera oscura per la stampa, fossero particolarmente elevate al fine di ottenere un buon risultato.

Erano evidenti le difficoltà in cui Fenton fu costretto ad agire nelle varie missioni a cui prese parte.

Nelle sue fotografie, non comparvero mai i cadaveri che qualunque guerra causa perché l’epoca vittoriana impose di evitare tutto quanto poteva considerarsi disdicevole alla morale , al costume e alla sensibilità. Anche il suo editore richiese l’esclusione della crudezza della guerra ritratta per non turbare i lettori. Accanto a queste due esigenze, è facile intuire la terza, legata alla difficoltà di realizzare foto in battaglia, tenuto conto dei tempi e delle condizioni necessari per realizzarle.

La foto che ricorda più di ogni altra il suo lavoro è quella intitolata  “La valle delle ombre della morte” del 1855 dove l’immagine ritratta potrebbe essere una di una qualsiasi guerra, e rimanda una strada ricoperta dalle bombe rilasciate sul terreno, a testimonianza dell’efferatezza di tutti gli eventi bellici.

Un altro fotoreporter di rilievo fu Mattew Brady (1822 – 1896), che a differenza di Fenton mostrò il vero volto della guerra e gli orrori sui campi di battaglia, dove i cadaveri in tutta la loro umana desolazione furono ripresi senza remore.

Il più famoso fotografo di guerra fu sicuramente Endre Erno Friedmann (1913 – 1954), conosciuto con il nome di Robert Capa che partecipò a ben 5 guerre da quella spagnola a quella Indocinese del 1954.

A Parigi incontrò la prima fotoreporter donna, Gerda Taro Pohorylle, sua compagna poi morta in una missione a Brunete nel 1937.

Il romanzo, vincitore del premio Strega 2018, “La ragazza con la Leica” di H. Janeczek, trova ispirazione proprio in questa giovane e intrepida fotoreporter.

L’ultimo ricordo della serata è stato dedicato a Francesco Ciccio Jovane, fotoreporter nocerino (1930 – 2002) che fu testimone di numerose guerre, da quella dei sei giorni, passando per quella del Vietnam, della rivolta d’Ungheria, fino a giungere alla Prima Guerra del Golfo Persico.

La fotografia è magica perché rende un’immagine eterna, fissata in un momento che diventa traccia e poi assume un significato nella memoria storica del processo umano. E sicuramente non è poco.