Il legame col Portogallo, un irlandese in squadra e la Coppa d’Africa 2023: Capo Verde è ai Mondiali ma non chiamatela favola

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Il 13 ottobre 2025 è una data che Capo Verde non dimenticherà mai. Quando il triplice fischio dell’arbitro ha sancito la vittoria per 3-0 contro eSwatini, l’intero arcipelago ha trattenuto il fiato e poi, insieme, ha cominciato a cantare. Le strade di Praia, Mindelo, São Filipe e Santa Maria si sono riempite di gente, tamburi e bandiere. La piccola nazione africana – la penultima dopo l’Islanda per popolazione a centrare questo obiettivo – ha conquistato la sua prima, storica qualificazione ai Mondiali 2026.

Non è un miracolo, ma il frutto di un progetto portato avanti per anni, con pazienza e ostinazione, dentro un contesto fatto di risorse limitate e grandi sogni. “È il più grande risultato della nostra storia dopo l’indipendenza”, ha detto Patrick Andrade, uno dei leader della nazionale, la notte dei festeggiamenti alla rivista undici. “Ma dobbiamo continuare così, con impegno e umiltà. Solo così possiamo crescere”.

Il calcio, a Capo Verde, è da sempre più di uno sport. È una lingua comune tra isole lontane e popoli migranti. Per arrivare a questo traguardo, la nazionale – i Tubarões Azuis, gli Squali Blu – ha costruito un’identità forte, fatta di tecnica, amicizia e appartenenza.

Andrade, centrocampista dell’Araz-Naxçıvan, lo spiega con la semplicità di chi conosce la fatica del percorso: “Siamo un Paese piccolo, ma i giocatori sono giganti. Lottiamo insieme, sempre. Per noi giocare per Capo Verde è un atto d’amore”.

Il commissario tecnico Bubista ha dato una forma tattica a questo spirito. Ha creato una squadra capace di unire possesso palla e ripartenze rapide. Il risultato? Sette vittorie, due pareggi, una sola sconfitta nel girone: miglior attacco, miglior difesa e primo posto davanti al Camerun.

Eppure, dietro questa euforia, resta la domanda di fondo: chi è Capo Verde oggi? Qualcosina ce lo spiega il giornalista Alex Cizmic, esperto di calcio africano e autore della newsletter del “diario capoverdiano”:
Il centro di Praia, nel quartiere di Plateau, racconta con forza il conflitto tra il desiderio di affermare un’identità propria e la persistenza di tracce profonde lasciate dall’occupazione occidentale. La piazza principale, intitolata al governatore coloniale Alexandre Albuquerque, il cui busto campeggia ancora al centro dello spazio pubblico, è circondata da vie che portano nomi emblematici: da una parte Patrice Lumumba, uno dei massimi leader panafricanisti del periodo della decolonizzazione; dall’altra Amílcar Cabral, artefice dell’indipendenza di Capo Verde e Guinea-Bissau. Ma accanto a questi nomi di liberazione e resistenza, compare anche quello di Serpa Pinto, altro amministratore portoghese dell’Ottocento.”

Il calcio non è immune da questo conflitto identitario. Nelle strade si vedono più maglie del Benfica o del Porto che delle squadre locali. “Il Portogallo è ovunque, a tutte le ore”, spiega Inácio Carvalho, vicepresidente della Federcalcio. “Se si gioca un Benfica-Porto, nessuno viene allo stadio. Tutti guardano il campionato portoghese”.

Anche i club locali ne risentono: la maggior parte porta ancora nomi e simboli di società lusitane – Benfica, Boavista, Académica. Solo il Celtic di Praia rappresenta un’eccezione, ispirandosi non a Lisbona ma alla Scozia. “Abbiamo scelto il nome negli anni Settanta, perché quel Celtic era una delle squadre più forti”, racconta Gildo Ribeiro, vicepresidente del club. “Ma è comunque un nome europeo. Forse non abbiamo ancora avuto la forza di inventare qualcosa di nostro”.

Il calcio capoverdiano non è ancora professionista e la maggior parte dei talenti che militano negli Squali Blu giocano all’estero e sono capoverdiani solo in parte ma che sentono dentro l’attaccamento alle proprie radici: lo dimostra la storia di Roberto “Pico” Lopes, difensore nato in Irlanda da padre capoverdiano. È proprio giocando per Capo Verde che Pico ha riscoperto le sue radici.

“Da bambino mio padre mi parlava della cucina di casa, ma non del creolo. Oggi lo sto imparando, perché è la lingua che tiene insieme la nostra squadra”, racconta. “Molti di noi sono nati all’estero, ma quando vestiamo la maglia blu ci sentiamo parte di una stessa famiglia”.

La qualificazione al Mondiale arriva dopo uno storico quarto di finale di Coppa D’Africa conquistato nel 2023: il Mondiale a 48 squadre ha aperto a questa possibilità e i capoverdini se la sono presa. Una delle stelle è Rocha Livramento, ex Hellas Verona accostato in estate anche alla Juve Stabia, autore di tre reti in questo girone di qualificazione e oggi in forza al Casa Pia in massima serie portoghese. Nel frattempo, il sorteggio del 5 dicembre a Washington deciderà le avversarie di Capo Verde. Poco importa chi arriverà dall’altra parte del tabellone: gli Squali Blu hanno già vinto. Hanno vinto contro la storia, contro i limiti, contro l’oblio.