Il gioco delle tre carte. L’editoriale di Carmine Lanzieri Battaglia

Non so se vi è mai capitato di vederne uno, di quei capannelli di persone che, anni fa, sostavano a Napoli Centrale o lungo il marciapiedi di piazza Garibaldi. In genere erano gruppetti di cinque o sei persone, accalcate intorno ad un tavolino alto, tutti complici in attesa della preda che veniva “adescata” con la possibilità di una facile vincita al gioco.

Il gioco era semplice e crudele: il “mazziere” manipolava velocemente tre carte coprendole e mostrandole con abilità, recitando una litania che aveva il potere di ipnotizzare le ignare vittime. “La carta rossa vince, la nera perde. Ecco la carta rossa e qui c’è la carta nera. È più veloce l’occhio o la mano? “. Non era difficile vedere qualche pollo che si sentiva più in gamba di loro, fermarsi e rimetterci le penne!

I curiosi come me, venivano fermamente allontanati con uno sguardo, e ciò bastava. Non mi ci è voluto molto ad associare quel semplice giochetto a quello che sta succedendo in questi mesi. “Zona gialla, zona rossa. La zona arancione il fine settimana e tutto rosso a Natale”: una continua filastrocca, che ci ha imbambolati; ormai non si discute più di calcio e di concorsi di bellezza, tiene banco, invece, quello che si può o non si può fare sotto le luci colorate dei vari dpcm. E la scuola? “Le elementari in presenza, ma solo i ragazzini bruni e le biondine con le trecce.

In Campania no, in Friuli si. Le scuole medie fanno lezione di mattina, le superiori di sera. Si sa quando si entra ma non quando si esce. “. Una vera tortura per chi offre il suo lavoro e per chi invece ne raccoglie i benefici. Ora, sicuramente non voglio dire che i nostri politici ed amministratori, siano degli incalliti imbroglioni, che si riuniscono attorno a tavoli per adescare cittadini tontoloni, certo è però che ad “aggrovigliarci” i fili in testa, sono bravissimi. E noi ovviamente, come furbetti della domenica, ci caschiamo tutto d’un pezzo.

Speriamo almeno di non rimetterci tutto quello che possediamo, non soldi, non risorse o possedimenti vari, ma la vita stessa, unico bene che non prevede rimborso alcuno.

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