Il coniuge ridicolizzato su Facebook può essere risarcito. Lo ha deciso il Tribunale di Torre Annunziata

Può costare caro al coniuge infedele rendere pubblica sui social network la nuova relazione prima del giudizio di separazione. Infatti, chi aggiorna il proprio status di Facebook, dichiarando di essere separato quando è ancora sposato, può essere condannato a risarcire il danno al coniuge. Inoltre, i comportamenti troppo disinibiti sui social possono essere sanzionati con l’addebito della separazione. Sono i principi affermati dai giudici di merito in due recenti sentenze, che testimoniano la sempre maggiore attenzione della giurisprudenza per le condotte virtuali di marito e moglie in crisi; anche perché dai social network possono arrivare le prove dell’infedeltà coniugale, che è la principale causa di addebito della separazione. È stata condannata a risarcire cinquemila euro di danni al marito una donna che ha reso pubblica la sua relazione con l’amante, tra l’altro attribuendosi, sul profilo di Facebook, lo status di separata quando invece era ancora sposata, e che ha offeso il coniuge definendolo a più riprese «il verme». Lo ha deciso il Tribunale di Torre Annunziata (presidente e relatore Coppola), con la sentenza 2643 del 24 ottobre scorso. Per i giudici va tenuto presente che i social network sono piazze pubbliche che amplificano e rendono noti a una pluralità indistinta di persone i propri comportamenti. Ostentare un tradimento lede quindi gravemente la dignità dell’altro coniuge. E per sanzionare la condotta non sempre si può utilizzare l’addebito della separazione: nel caso esaminato dai giudici di Torre Annunziata, la crisi tra i coniugi era sorta prima delle relazioni extraconiugali di entrambi. Piuttosto, il tribunale riconosce al marito il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, liquidato in via equitativa, in base all’articolo 2059 del Codice civile. La Cassazione (sentenza 18853/2011) aveva già stabilito che rendere pubblica una relazione extraconiugale integra gli estremi dell’illecito civile, a prescindere dal riconoscimento dell’addebito, se la condotta causa una sofferenza tale da ledere diritti costituzionalmente protetti. Ora però i giudici vanno oltre, riconoscendo il ruolo pubblico dei social network e la possibilità di ledere la dignità del coniuge attraverso l’aggiornamento di uno status.

da “Il Sole 24Ore”